QUALE RIVOLTA, PER QUALE FUTURO?

La situazione socio-politica attuale necessita di ben altro impegno ed ingegno, rispetto a quanto espresso nei decenni passati

Pubblicato anche su Liberiamo l’Italia e Attivismo.info

Con questo articolo intendo svolgere varie riflessioni, anche in relazione a quale approccio debba avere una politica che possa realmente chiamarsi alternativa al “sistema” che stiamo vivendo sulle nostre teste.

Quanto andrò a dire è ispirato da questo articolo, pubblicato su Liberiamo l’Italia, in cui ravvedo quelli che reputo “errori” in relazione all’analisi svolta, e con il quale dissento riguardo agli auspici finali.

Ciò che andrò a dire è da intendersi come contributo di discussione in merito al carattere dell’impegno politico ed alle prospettive del movimento stesso.

Il tema dell’articolo è quello delle manifestazioni in USA, poi esportate in tutto il mondo da una sapiente regia, susseguitesi all’uccisione di un cittadino di colore da parte delle forze di polizia.

Non sto qui a narrare la storia, ormai ampiamente sviscerata da ogni angolazione, almeno nel WEB, storia che potrebbe comunque rivelarci ancora sorprese.

L’apertura dell’articolo spiega il problema sollevato dall’autore.

Le imponenti manifestazioni di protesta che stanno scuotendo “il paese delle opportunità” sono lette in due versioni: una vede le proteste come effetto della propaganda anti Trump delle forze di potere più o meno nascoste (deep state) che ruotano intorno ai liberal (Obama, Clinton); un’altra vede una ribellione priva di progetto politico per conquistare il potere elettorale e dedita solo a saccheggi e disordini.

Entrambe le letture sono in errore. La prima commette l’errore di esaltare troppo il ruolo di chi soffia sul fuoco per aizzare le folle contro Trump; la seconda commette l’errore di guardare solo ai saccheggi e ai danneggiamenti (per altro limitati e circoscritti a ben poche situazioni).

[…] la prima nega che sono le gravi contraddizioni sociali ed economiche a produrre rivolta e la seconda nega la portata politica della rivolta. In qualche caso le due letture sono fuse per partorire l’idea che la rivolta si è sviluppata per effetto delle azioni, più o meno sotterranee, dei liberal obama-clintoniani e non ha respiro politico per costruire un partito che vinca le elezioni come dimostrato dai danneggiamenti.

Fermiamoci qui, per ora.

Anche se sono completamente consapevole dei gravissimi problemi socio-economici degli USA e del sostanziale razzismo ancora molto presente nel tessuto sociale, non posso non notare che la parte violenta prende la scena della maggioranza pacifica; non posso comunque non tener conto del fatto che gli Stati interessati siano per la maggior parte dem, con episodi assai “singolari” di poliziotti che forniscono bancali di mattoni da lanciare ai “rivoltosi” o che lasciano bruciare le loro macchine messe in bella fila; in ultimo, non posso non vedere come questo caso sia condizionato dalla campagna elettorale e dalle minacce di Trump in relazione all’Obamagate ed alla sua volontà, reale o presunta, ma chiaramente espressa, di fermare il deep state ed arrestare la Clinton.

Oltre a questo vediamo che in men che non si dica le organizzazioni dietro la protesta, finanziate anche da Soros e da svariate multinazionali, le stesse che giorno dopo giorno “ambientano” il nostro presente e costruiscono l’“amorevole” futuro di controllo post covid – il documento Colao di questi giorni ne è prova lampante – hanno messo in campo tutto il potere mediatico per regalarci una tournée estiva della protesta stile gruppo rock assai ben servita da media che, a crimini similari compiuti però in altri momenti, hanno dato spazi assai minori.

Insomma, per farla breve, trovo la protesta del tutto normale, almeno nella sua parte pacifica e largamente maggioritaria, mentre quella violenta, insieme alla conseguente operazione mediatica ed “internazionalista”, credo rispondano ad esigenze ben precise legate alle elezioni di novembre, culmine della faida fra deep state e “patrioti” capeggiati da Trump, di cui non vediamo ancora gli esatti contorni; una lotta che non credo si possa negare e che sembra scompaginare in modo inusitato, anche in maniera trasversale, assetti politici e molto altro ancora fino ad arrivare, potenzialmente, a mettere in dubbio e riscrivere l’attuale globalizzazione.

Riguardo al fatto che la rivolta non avrebbe “respiro politico per costruire un partito che vinca le elezioni come dimostrato dai danneggiamenti”, indicando questo come un errore di lettura, l’autore non apporta dati o ragionamenti che indichino, al contrario, una reale presenza organizzativa di questo “respiro”.

Seguitiamo con l’articolo.

Quello che manca completamente in queste letture è il riconoscimento che nella fase attuale del dominio capitalistico la potenza messa in campo dagli apparati di sistema è di tale portata e penetrazione da prevenire ogni possibilità di arrivare a disturbare il manovratore. […]

La domanda è: il neoliberismo con la sua economia predatoria, guerrafondaia, emarginante, che assegna tutti i poteri ai mercati finanziari, è il nemico delle classi popolari che protestano? Se la risposta è Sì, chi può affermare che esso consenta la nascita di un progetto politico parlamentare che dichiari di volerlo spazzare via, di togliere potere ai mercati e di costruire un’economia comunitaria?

Quindi, se l’autore riconosce la potenza del sistema nell’impedire la nascita di un progetto politico alternativo, ma vede un errore nel ritenere la protesta non in grado di esprimere un partito che vinca le lezioni, credo di doverne dedurre – a meno di non aver frainteso, cosa della quale mi scuserei in anticipo – che se dalla protesta nascesse un soggetto politico, comunque non sarebbe realmente di rottura per il sistema, ok?

Altrimenti, se ho ben capito, ci sarebbe una contraddizione nel ragionamento.

Anche la questione del non poter “arrivare a disturbare il manovratore”, mi sembra si riferisca al sistema in generale, data la sua potenza; quindi, anche qui, l’eventuale progetto politico che si formasse dalla protesta non arriverebbe a disturbare chi detiene le leve del potere.

Credo occorra dire qualcosa anche sul “manovratore”: descrivendo la forza e la penetrazione degli apparati del sistema, l’autore sembra intendere con questo termine il sistema stesso, non l’attuale presidente.

Anche qui non mi trovo concorde, dato che secondo me, con tutta evidenza, si è organizzato tutto il gran casino sopra le proteste pacifiche proprio per mettere in difficoltà Trump, e magari distogliere l’attenzione da questioni come l’Obamagate ed altre, che se esplodessero in tutta la loro portata metterebbero in seria difficoltà i “dem”, anche in Italia.

E veniamo alla conclusione dell’articolo, sulla quale ho le più grandi perplessità.

Dunque se non vogliamo credere alle befane, apriamo gli occhi e riconosciamo una cosa: la tendenza al cambiamento vero, quello che scuote dalle fondamenta tutto il marciume del sistema predatorio neoliberista, ha la forma dell’insurrezione popolare proprio perché ogni altra possibilità è preclusa al popolo o boicottata, dall’affitto di sedi organizzative, alle campagne mediatiche, dalle criminalizzazioni fatte ad arte alle infiltrazioni di agenti provocatori, dalla mancanza di supporto legale alla mancanza di soldi.

La tendenza all’insurrezione viene con ogni evidenza dimostrata dal movimento dei gilet gialli francesi.

La questione centrale è dunque un’altra: la costruzione di un organismo politico che dia direzione e coerenza rivoluzionaria alle ribellioni.

Intanto diciamo che, proprio grazie alla pervasività del sistema, trovo assai difficile poter arrivare a dar direzioni e coerenze a fenomeni troppo esposti alle infiltrazioni sistemiche, all’opera dei media, all’azione di apparati e corporazioni in grado di capire, conoscere e “guidare” praticamente tutto, viste le tecnologie che usano.

L’illusione di poter cavalcare vere o presunte “insurrezioni” ci rimanda, a mio parere, a prassi da anni ’60-’70 del tutto controproducenti, oltreché fuori dal tempo: questo se teniamo conto proprio della pervasività del sistema, pure ammessa dall’autore, in grado di iniettare quel “pensiero unico progressista” capace di prendere possesso della maggior parte delle persone come mai accaduto prima, anche delle menti più istruite e potenzialmente più “libere”.

Ed anche qui mi sembra di riscontrare un’analisi non del tutto centrata se, come a me pare, si intende dimostrare la presenza di una generale “tendenza all’insurrezione” introducendo la questione gilet gialli, fenomeno ben diverso ed a mio parere non assimilabile a quanto accade negli USA.

L’esperienza francese ci mostra anche l’assoluta sproporzione fra l’impegno profuso, certamente encomiabile, con i risultati ottenuti: praticamente nulli elettoralmente e del tutto insufficienti nell’intaccare il sistema ed i rapporti sociali.

Non ho seguito abbastanza la loro vicenda, ma non credo si sia realizzata la “costruzione di un organismo rivoluzionario” che avrebbe dato “direzione e coerenza rivoluzionaria alle ribellioni”: il sostanziale fallimento del movimento, credo ormai spento, è quindi dovuto a tale mancanza?

Siamo sicuri che un “soggetto rivoluzionario” sarebbe stato ben metabolizzato dai gilet gialli?

Soprattutto se, inoltre, si fosse presentato con bandiere ideologiche atte a riportare la narrazione al secolo scorso, come se il fallimento di tutto ciò non sia ormai più che evidente e conclamato, anche se forse non ancora completamente metabolizzato da tutti.

Come possiamo ancora pensare, oggi come oggi, che avanguardie rivoluzionarie di vecchia memoria possano condurre le “masse” verso una liberazione?

Facendo anche parte della Confederazione Sovranità Popolare, sono fra i primi ad aver espresso la speranza che da movimenti ed associazioni possa nascere un nuovo partito, ma solo se capace di riunire il fronte alternativo sotto le insegne di Costituzione e diritti umani: i valori unificanti che contengono le migliori aspirazioni del ‘900, quei diritti sociali e civili espressi in una forma che non avrebbe permesso, se onestamente perseguiti, l’opera di divisione sociale sul quale si sono gettate le ideologie, con i risultati che tutti possiamo oggi vedere.

A tale scopo sto anche scrivendo una serie di articoli su quello che chiamo un “partito ideale”, in cui intendo tracciarne contenuti, carattere, strutture e funzionamento.

Penso che “ribellione” sia oggi una voce facilmente “digeribile” dal pensiero unico, che ha da un bel pezzo compreso come ridurre a moda passeggera ed ininfluente ogni istanza diversa dal buonismo di Stato, magari cooptandola in un disegno più grande di oppressione spacciata per “progresso”, come per tematiche in ordine alla biopolitica e la questione gender.

Penso che solo una nuova POLITICA trasparente ed unificante, espressione resiliente di ciò che non possiamo ancora perdere, abbia ancora una pur minima chance di rompere l’accerchiamento: a patto che provenga da un atto  visibile ed umile, in cui i migliori e disinteressati militanti, intellettuali, giuristi, filosofi, artisti e giornalisti smettano le insegne ideologiche, depongano le armi dialettiche e si siedano al tavolo per descrivere il nuovo Stato di diritto, vera espressione di comunità non più sovrane, che ancora non capiscono come diritti civili e sociali possano convivere in maniera responsabile e creativa.

Solo i diritti umani e le Costituzioni che li incarnano hanno questa sintesi, per tutto il resto c’è quanto “concesso” dalla giostra politica-spettacolo, fra un talk ed un’“emergenza sanitaria”, parte 1.

9 giugno 2020

il mio libro, un programma politico ispirato ai diritti umani

fonte immagine: Flickr

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