UN PARTITO IDEALE 2. Perché è sempre ora di un partito veramente diverso

boa di immersione, bandiera, bandiera rossa

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Nel secondo articolo della nuova serie dedicata al “partito ideale”, affrontiamo alcune questioni apparentemente contrarie e due aspetti della “democrazia malata”

Articolo pubblicato anche su Attivismo.info

 

Dopo il primo articolo in cui presentavo le ragioni di questa nuova serie, credo sia necessario spiegare il perché di un nuovo partito, oltre quanto già detto.

L’obiezione alla costruzione di un partito nell’area “alternativa” è in genere triplice: la prima afferma che non ci sarebbe bisogno di un nuovo partito, vista la numerosità di piccoli soggetti, chiamati anche “partitini dello zero virgola”.

Credo che questa obiezione sia superata, in prima battuta, dall’approccio valoriale che spiegavo nell’analisi e nella proposta presenti nell’articolo precedente: un partito fondato per attuare veramente Costituzione e diritti umani tout court, in maniera coerente e non sbilanciata ideologicamente e pragmaticamente, non credo esista.

Riguardo la frammentazione e la questione “zero virgola”: chi mi legge sa quanto mi scagli contro contenuti “divisivi”, e quanto detesti vedere progetti potenzialmente interessanti naufragare al primo scoglio elettorale, come se sia naturale pretendere l’arrivo immediato in Parlamento con i pochi mezzi a disposizione, soprattutto relativi alla pubblicità; purtroppo, si deve spesso constatare che molti progetti politici, quando “va bene”, servono alla notorietà di poche persone, che poi se la “spendono” in altri modi o in altre formazioni “leggermente” più mainstream.

Alla formazione di un nuovo soggetto politico spesso accade questo: si stila un manifesto ed un programma, apparentemente inclusivi; nel corso del tempo si arriva a constatare, fatalmente, la prevalenza di posizioni “ideologiche” su qualche tema o di carattere generale, o una non chiarezza organizzativa e decisionale; tutto ciò aliena la simpatia di una fetta dei potenziali sostenitori/elettori, bloccando la crescita del partitino; piano piano si inizia ad intravedere il reale “posizionamento” del partito nel panorama politico.

Si fa così presto a diventare, più o meno apertamente, “spalla” di una formazione più forte di un’area ben precisa, con il partito ormai ridotto al lumicino capace però di “esprimere” una o due persone che confluiscono, in qualche modo, nel partito od area di riferimento.

La seconda obiezione è proprio sulla questione “partito”, dove si afferma come sia preferibile costituire un movimento di opinione e/o pressione: la ragione di questa obiezione è, generalmente, che un movimento sarebbe più capace di “accogliere tutti” in quanto con “partito” già si intenderebbe una cosa “di parte”.

Questa obiezione può sembrare fondata anche se, di fatto, raramente corrisponde a realtà: valgono gli stessi ragionamenti appena esposti per la precedente obiezione, in ordine alla questione ideologica e valoriale.

Inoltre, dobbiamo comunque annotare che spesso le nuove formazioni si creano intorno ad una figura conosciuta, quando non create proprio da questa, apparendo così, di fatto, una cosa “privata”.

È questo un tentativo di creare numero, ma raramente la cosa va in porto (la figura conosciuta, generalmente, non ha i mezzi e le conoscenze di un Berlusconi, che comunque inizialmente si era circondato anche di figure di un certo spessore, per il campo liberale, che infatti poi l’hanno abbandonato).

Oltre a questo: spesso non si capisce, o non si tiene conto, del fatto che niente impedisce ad un partito di svolgere un’azione culturale di elaborazione ad ampio raggio, un lavoro da far uscire nella società civile in modo da creare un consenso ed una sensibilità generale su questioni che poi, se recepite, certamente non creerebbero ostacoli all’azione politica del partito stesso, anzi.

Solo per completezza, vediamo da Wikipedia:

Un partito politico è un’associazione tra persone accomunate da una medesima visione, identità, linea o finalità politica di interesse pubblico ovvero relativa a questioni fondamentali circa la gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici o particolari. L’attività del partito politico, volta ad operare per l’interesse comune, locale o nazionale, si esplica attraverso lo spazio della vita pubblica con la definizione di un programma o piano politico da perseguire e, nelle attuali democrazie rappresentative, ha per “ambito prevalente” quello elettorale.

Come si può ben vedere, nessuna azione o attività è preclusa ad un partito, tantomeno quella culturale o di sensibilizzazione tematica, nella più ampia possibilità di scelta, anche territoriale.

Veniamo alla terza obiezione, che riguarda la questione “tempo”, più precisamente il momento in cui sarebbe opportuno fondare un nuovo partito: a seconda dei casi si motiva la questione con il fatto che non si sarebbe in numero sufficiente, almeno inizialmente, o considerando tatticamente non adatto il “momento politico” perché non si avrebbe la giusta “preparazione” della società civile alla novità.

Il rischio del “flop elettorale”, in questo caso, sembra prevalere su ogni altra considerazione.

Intanto risponderei immediatamente rimandando ancora alla definizione sopra: il virgolettato relativo all’ambito elettorale, in genere “prevalente” come attività, non esclude che l’eventuale partecipazione alle elezioni possa essere praticata nei tempi, nei modi e nelle forme che il partito decidesse opportune, senza per questo condizionare a questa l’attività, il funzionamento o l’esistenza stessa del progetto.

Ma occorre un’altra considerazione: pensare di avviare un partito solo quando “si è pronti” o quando “le condizioni lo permetterebbero”, potrebbe legare troppo al momento elettorale, determinando la fine dell’esperienza e di tutti i progetti intrapresi al primo, probabile, “fallimento”.

Questo ragionamento, a mio parere, è valido tanto più il nuovo partito fosse in grado di presentarsi massimamente inclusivo, cioè intenzionato a perseguire i valori civili e costituzionali più universali: il tempo, l’attività culturale ed informativa, la serietà e la continuità dell’azione alla fine potrebbero premiare, anche perché il progetto sarebbe indirizzato a tutti, senza preclusioni di sorta, sociali o di altro tipo.

Cosa differente sarebbe per un partito che si caratterizzi ideologicamente e socialmente come rappresentante di una ben precisa classe sociale o “appartenenza culturale”: il suo posizionarsi ideologicamente aiuta certamente la chiarezza ed annulla possibili ambiguità, ma lo inserisce in un alveo concettuale e di comunicazione che difficilmente gli consente grandi crescite nei numeri del consenso.

In merito alle considerazioni sin qui esposte, non possiamo non tener conto della grande “aberrazione” dei sistemi politici, proprio per quanto riguarda la formazione di nuovi partiti e delle reali possibilità di un loro successo, un’aberrazione che si sostanzia in due aspetti.

Il primo ha a che fare con il sistema elettorale: qualsiasi formula non completamente proporzionale, con uno “sbarramento” minimo, distorce la democraticità e la rappresentatività del suffragio universale.

Parlare di “governabilità” è assai capzioso, ha ragion d’essere solo in “democrazie” in cui non ci sia un funzionamento coerente e costituzionalmente orientato dei 3 Poteri dello Stato: la libertà lasciata ai partiti di perseguire interessi privati o di altra natura, che esulano da quelli dei cittadini e della comunità, fa sì che la politica diventi un’arena in cui logge, lobby e corporazioni private hanno buon gioco nel prendere la totale attenzione dei “rappresentanti” del popolo: una restrizione nel numero dei partiti e dei rappresentanti agevola assai l’influenza dei cosiddetti poteri forti sulla politica, disposta così a “distrarsi” facilmente da interessi, diritti e benessere dei cittadini.

Il secondo aspetto aberrante riguarda proprio la visibilità dei partiti, vecchi o giovani, grandi o piccoli che siano.

Il discorso è assai delicato, dato che ha a che fare con la sostanza stessa di una democrazia che vede i media sempre più protagonisti e con la necessità, troppo spesso dimenticata da politica e giurisprudenza, di bilanciare i vari diritti compenetrandoli tra loro e con i doveri naturalmente annessi, in questo caso la libertà di espressione con la pari possibilità di ogni partito: finché si permetterà che per l’ambito della politica, in particolar modo nel momento elettorale, i media possano di fatto sbilanciare enormemente la visibilità dei partiti, non avremo una vera democrazia.

Si dimentica troppo spesso un fatto che dovrebbe essere elementare: le elezioni danno le percentuali di rappresentanza, non stabiliscono che la comunicazione e la visibilità politica debba favorire i più grandi; che competizione c’è se alcuni partono indietro?

Dove sta scritto nella Costituzione che i partiti più grandi hanno diritto a maggior visibilità?

Come si può avere una “democrazia che ragiona” e che si rinnova se ascoltiamo sempre le solite “campane”?

Stesso discorso vale per esponenti di varie aree culturali e produttive, che si sa schierati politicamente o appartenenti ad una ben precisa area ideologica o culturale, non solo politica.

Credo che le questioni appena poste siano assai delicate, possiamo capirlo senza tanto sforzo: finché non troveremo un modo per garantire un bilanciamento razionale e non ideologico dei vari diritti e delle leggi, finché non porremo fine agli squilibri di una democrazia malata, non abbiamo speranze che le cose vadano in una direzione diversa dal totale fallimento dello Stato di diritto.

A questo punto, credo di aver portato argomenti abbastanza sostanziosi riguardo l’immediata necessità della costruzione di un nuovo partito, diverso dagli altri, anche considerando le altre urgenze relative alla situazione attuale, accennate alla fine del precedente articolo e che non sto qui a ripetere.

Nel prossimo articolo inizierò a delineare, a grandi linee, le diverse attività di un partito che considererei “ideale”, partendo anche dalla fase costitutiva.

Un contributo ideale o di “semplice” discussione è ben accetto nei commenti, buona riflessione, a presto.

16 aprile 2020

qui alcuni articoli pubblicati sulla rivista Sovranità popolare, in cui introduco il tema diritti umani come faro per una nuova azione politica

qui varie riflessioni sui diritti umani ispirate dalla lettura di tre articoli di Donatella Di Cesare, Massimo Nava e Marcello Flores

qui una riflessione sui diritti umani, operata commentando un dibattito sul tema interno alla sinistra svolto sulla rivista MicroMega

qui un’altra riflessione che prende spunto da un articolo di due amici del collettivo AlterLab

qui un primo articolo in cui svolgo considerazioni in ordine alla politica ed all’impegno politico

qui spiego quelle che per me sono le tre principali necessità se si vuole costruire una vera politica alternativa

qui il mio libro, un programma politico ispirato ai diritti umani

fonte immagine: Wikipedia

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