POCHE SPERANZE PER UN DISSENSO INCAPACE DEL NECESSARIO SALTO POLITICO, STRATEGICO, ORGANIZZATIVO

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In preda al miraggio del consenso mediatico, sembriamo incapaci di organizzazione e invertiamo il processo di costruzione partendo da uno sterile attivismo.

Qui il video dell’articolo

Due giorni dopo la pubblicazione di questo articolo ho fatto questo video che ne rappresenta un’ideale continuazione: https://www.youtube.com/watch?v=dn3lPNiV1FY

Di Massimo Franceschini

Pubblicato anche su Attivismo.info e Sfero

In una chat collettiva del cosiddetto “antisistema” – una brutta etichetta accettata da troppi della stessa area, che preferirei chiamare più dignitosamente e politicamente “dissenso” – stavamo svolgendo alcune valutazioni riguardanti la strategia politica, quando uno degli indiscussi leader di questo fronte mi ha detto: “Massimo, trovo che talvolta sia bene coltivare la virtù del dubbio”.

Visto che ne ho sempre molti, non ho potuto che rispondergli: “Evidentemente, ognuno ha i suoi dubbi”.

Credo che un confronto politico serio non possa partite da un appello in cui gli interlocutori pretendano di premettere una propria “certezza” o “correttezza” di base, lasciando ad intendere mancanze o insufficienze negli altri; non si arriverebbe da nessuna parte essendo la politica, per sua natura, confronto, mediazione, compromesso.

Altre a questo, penso che i confronti della politica, se reali e istituzionalizzati in una struttura o in un processo politico, non sarebbero mai fine a se stessi, ma potrebbero arricchire e riportare ad una chiara responsabilità politica e organizzativa.

Sono certamente per una visione assai “progettuale” della politica, ad ogni livello, tanto da aver adattato alla bisogna un organigramma amministrativo, di prossima pubblicazione sul mio blog nella serie di articoli “Un Partito Ideale”, una dimensione organizzativa che ritengo adatta anche per un più generico “soggetto politico” che abbia finalità diverse da quelle di un “semplice” partito, ad esempio aggreganti e/o costituenti.

Tornando alla questione certezze, per quanto riguarda l’area politica in questione credo di poter affermare che al momento sconti la pessima figura elettorale, certo non una novità: il disastro va ad “arricchire” la perdurante assenza di un’adeguata politica di opposizione al ciclo iniziato da anni di sostituzione dello stato di diritto con la tecnocrazia finanziaria prima, anche digitale poi, che ha nella congiunzione “finanza globale-corporazioni-big tech-stati profondi” il suo perno.

Ad ogni modo, date alcune condizioni che illustrerò di seguito, non credo vi fossero chance per un diverso esito elettorale, che avrebbe comunque potuto essere leggermente più alto con una miglior qualità politica, una reale unità dei vari soggetti ed un tempo maggiore lasciato dal “sistema”.

Due condizioni queste, evidentemente, del tutto “improbabili”: la prima inficiata dallo scarso spessore politico e istituzionale dei leader delle varie formazioni, sostanzialmente velleitari e assai personalistici, certo lontani da ciò che potrebbe considerarsi uno “statista”; la seconda, dall’esigenza del Presidente della Repubblica di costruire un nuovo Parlamento prima della scadenza naturale della Legislatura, soprattutto alle soglie di un inverno che potrebbe presentarsi con una serie di problemi colossali per i cittadini.

Sembra del tutto possibile, che il “sistema” abbia valutato di dare alle probabili mazzate che ci verranno inferte, illiberali e distruttrici dell’economia, “padrini” dai volti più “freschi” e apparentemente rispondenti al sentire popolare, inoltre più controllabili dalle segreterie dei partiti perché decimati dalla recente e democraticamente disastrosa modifica costituzionale: un taglio alla rappresentanza che grida vendetta, reso possibile dall’intenso lavoro trentennale moraleggiante e antipolitico, mediatico e intellettuale, iniziato con la stagione “mani pulite” e portato magistralmente a compimento dal Movimento 5 Stelle.

Fatte le doverose premesse, veniamo alla sostanza del presente articolo, teso a sottolineare le problematiche del “fronte del dissenso”, che si inseriscono nella più generale povertà politica, strategica e organizzativa alternativa in tutto l’Occidente.

A differenziarci dalla condizione di pochi decenni fa, abbiamo una situazione davvero diversa, dato che le formazioni politiche di quest’ultimo periodo NON SONO RAPPRESENTATIVE delle classiche divisioni sociali, se non in maniera del tutto superficiale ed emotiva: all’atto pratico, tutti i partiti fanno sostanzialmente le stesse politiche dettate dal vero potere sovranazionale prima delineato, con piccole varianti.

Questa sostanziale finzione serve a sostenere il cosiddetto “pensiero unico dominante”, determinato dall’asse “finanza-oligarchie-deep state”, cui tutti gli attori di quella che chiamo “politica-spettacolo” fanno in sostanza riferimento.

Per tutto questo, anche a livello popolare la differenza “progressisti”/“conservatori” è spesso solo apparente, su questioni etiche e sociali rese emotivamente assai sensibili, ben evocate e gestite dalla politica-spettacolo mediatizzata in un quadro culturale e formativo di generale impoverimento e degrado.

Questo può accadere perché tutto il popolo è obnubilato, distratto e deviato da una marea di idee fisse, false e divisive, che lo rendono anche involontariamente un collaborazionista delle oligarchie che stanno dietro la politica, ma soprattutto, un perfetto ignorante sulle dinamiche riguardanti le reali sovranità, nazionali e globali: le persone, normalmente ed evidentemente, non capiscono che ormai da troppi anni le residue sovranità che facevano capo allo stato di diritto e alle democrazie rappresentative hanno cambiato indirizzo, appunto quello della congiunzione di interessi corporativi, oligarchici e sistemici.

Visto il sostanziale sfilacciamento di una politica realmente costituzionale e la relativa mancanza di una forza adatta a coagulare una seria massa critica, credo che l’unica funzione che dovrebbe risultare preminente nell’area del dissenso sia quella di organizzare un forte coordinamento delle tantissime “pagliuzze” di sanità, impegno, coraggio e competenze varie, ancora presenti in tutti i settori del vivere civile.

Oltre a questo, vista la situazione socio-culturale anzidetta, un comitato autorevole e multisettoriale, quasi un “governo ombra”, dovrebbe darsi molto da fare a livello di programma politico, strategico, attuativo ed operativo per ogni settore del vivere, adatto a ricostruire una base civile e culturale di ragionamento, sintesi e consenso.

Credo inoltre che questa “sostanza ideale e pragmatica” debba essere “umanistica”, in ottemperanza all’articolo due costituzionale, per mostrare come la politica possa realmente compenetrare in modo “ecumenico” e creativo i vari diritti, personali e collettivi, di prima e seconda generazione, al fine di spezzare le basi teoriche di una tecnocrazia tesa a svalutare l’uomo tout court, per metterlo al servizio dell’algoritmo.

Questo lavoro politico-culturale è necessario anche a tagliar fuori i velleitarismi, le incapacità progettuali, le distrazioni offerte dal “miraggio mediatico” di facili visualizzazioni e like offerto dalle piattaforme private.

Infatti, i social media sono indirettamente responsabili di tutte le fallaci tendenze ad uno sterile “democratismo” diretto, che oggi si disperde e depotenzia, paradossalmente, proprio su quelle piattaforme che sembrerebbero adatte a farne da sostegno.

Vediamo di cosa sto parlando esattamente.

La strategia politica che reputo necessaria, parte da un comitato autorevole e da un forte organigramma da coprire progressivamente.

Inizialmente, il più grosso ostacolo a mettere in moto questo primo processo aggregativo è l’antipolitica, con tutto il ventaglio di problemi ed effetti che si trascina dietro: la difficoltà a raccogliere un comitato autorevole di persone che capiscano la particolare qualità politica e organizzativa oggi necessaria, capace di farli parlare da statisti per essere riconosciuti come tali e crescere velocemente, è notevole.

Sembra che in politica nessuno capisca che alla fine la qualità paga e che un’offerta corretta e all’altezza, che si percepirebbe come realmente diversa e capace, soddisferebbe l’indubitabile domanda di alternativa e unità presente nel paese.

Se a livello organizzativo e comunicativo non si commettessero errori si potrebbero coinvolgere sempre più “persone”, non solo fra quel ristretto “popolo del dissenso” cui oggi siamo automaticamente portati a parlare, ma anche fra molti di quelli che avvertono comunque una generale incapacità della politica a risolvere i problemi e che hanno votato FDI, 5S o si sono astenuti.

Il consenso a questa novità si estenderebbe anche per passaparola, ma dovrebbe comunque essere alimentato da intense presentazioni e convegni da parte del comitato promotore e di appelli con lettere aperte al paese ed a tutta una serie di competenze e personalità, che potrebbero presumersi non completamente allineate, magari desiderose di contribuire ad una reale novità politica.

Ripeto, alla fine la qualità paga.

Purtroppo, i media ci insegnano ormai da anni che la linea politica si costruisce più per i media stessi, cercando un’accettazione necessariamente epidermica.

Per combattere ciò occorre pubblicizzare grandemente una sintesi ben ponderata, di una linea più profonda che dovrebbe essere comunque disponibile per tutti gli altri livelli di approfondimento, necessari per non coinvolgere persone e competenze solo dalla dimensione epidermico-emotiva, caratteristica proprio dell’ambito mediatico.

Se manca questo livello di consapevolezza, progettualità e profondità, siamo pienamente in dinamiche di fruizione che non scuotono il sistema di una virgola, anzi, lo alimentano.

Credo che si debba quindi prendere atto di come l’area del dissenso di questi ultimi decenni sia stata grandemente insufficiente, per niente al passo con le necessità dei tempi, se non per rincorrere un “modernismo” mediatico fine a se stesso.

La demonizzazione della politica e l’apparente benessere hanno quindi costruito le condizioni dell’antipolitica, che ha evidentemente “infettato” anche l’area più consapevole, incapace di trovare l’antidoto a quella che è diventata, di fatto, un’incapacità di comunicazione con il Paese reale.

Se ci arrendiamo alle giustificazioni sistemiche di oggettiva difficoltà, di minoranza e mancanza di fondi e ci affidiamo totalmente ad una dimensione apparentemente smart, usando prevalentemente piattaforme mediatiche, ma senza contenuti determinanti e politicamente innovativi, siamo destinati al fallimento: o siamo capaci di recuperare il meglio dell’intelligenza, della cultura, della competenza, per rivendicare la creatività che appartiene all’uomo, non all’algoritmo, o finiremo nell’indistinguibile magma fenomenico del tutto funzionale al “blob mediatico”.

Vediamo in estrema sintesi cosa propongo, considerando l’oggettiva condizione di partenza caratterizzata da mancanza di fondi.

Da anni sto proponendo una sintesi fra il rapporto alto/basso del movimento, perché ormai abbiamo capito quanto in basso possano cadere i “contenuti” ed il livello di manipolazione cui si espone una politica “proveniente dal basso”, soprattutto dopo decenni di antipolitica, ignoranza politica e istituzionale, inquinamento del vivere civile e della comunicazione dovuta ai social media.

Nella proposta dell’ultimo libro e nel seguente articolo strategico-organizzativo intitolato Regalo il mio libro all’eventuale comitato promotore, in estrema sintesi prevedo:

– un nucleo, un comitato autorevole, impegnato a scrivere un programma politico-attuativo su linee guida ispirate ai valori ed alle prospettive umanistiche e costituzionali anzidette (nel mio piccolo già dal 2016 avevo pubblicato questa ipotesi, ora in fase di aggiornamento);

– questo programma verrebbe messo in un forum, insieme a tutti i riferimenti bibliografici, disponibile agli iscritti;

– una commissione valuterebbe tutti i contenuti provenienti dagli iscritti, dalle associazioni e dalla società civile, che siano in linea con le linee guida e capaci di completare-integrare-migliorare il programma. La stessa commissione potrebbe decidere di portare in discussione eventuali input critici di rilievo, per rendere il programma una cosa viva, che si alimenti dei necessari feedback dalla base e dalle competenze necessarie. La perfetta trasparenza di questo processo sarebbe tesa a dimostrare come la politica possa essere una cosa viva, non appannaggio di qualche élite, ma anche necessaria per mostrare la complessità delle questioni politiche e la loro evoluzione di prospettiva, contenuti, soluzioni;

– il programma potrebbe essere pubblicato in edizioni successive alle eventuali integrazioni e potrebbe essere la base per una scuola di educazione civile e politica, capace di coagulare una nuova classe politica fatta di statisti, non di imbonitori mediatici;

– il comitato promotore e il programma dovrebbero essere oggetto di una grande campagna mediatica di interviste, eventi e presentazioni, in grado di attrarre quanti più consensi e finanziamenti possibili;

– contemporaneamente all’uscita nei media e nei territori, il comitato pubblicherebbe una lettera aperta di “reclutamento politico e civile teso alla ricostruzione dello stato di diritto” (un esempio si trova nell’articolo prima linkato), indirizzandola anche a tutta una serie di personalità e competenze dei vari settori individuate come possibilmente dissenzienti allo status quo; è impossibile che in un paese con la tradizione come la nostra non vi siano tutta una serie di figure, competenze, intelligenze capaci e volenterose, nei vari settori, che però non vedono un soggetto serio, autorevole e affidabile con il quale impegnarsi; previa autorizzazione, i feedback a queste richieste di contatto verrebbero pubblicati nello stesso forum del soggetto politico, insieme al procedere della costruzione programmatica pubblica;

– oltre a questo, tale organismo dovrebbe tentare di sostenere, unire e coordinare le esperienze di auto aiuto civile e dei circuiti alternativi, a vari livelli, che senza un contraltare politico restano monchi ed in costante pericolo di aggressione sistemica.

Tutto questo lavoro può essere certamente pertinenza di un partito “serio” e strutturato, non come gli attuali che sono sostanzialmente dei comitati elettorali, ma potrebbe essere in capo anche ad un soggetto politico teso a ricostruire il campo della politica tout court, oggi evidentemente impoverito, che certo i partitini sopravvissuti alla disfatta elettorale non arricchiscono.

Quanto scrivo da anni, nel mio piccolo, è sostanzialmente orientato a questi contenuti ed obiettivi, mentre la realtà dell’attivismo, a tutti i livelli, ci mostra come da troppi anni, generalmente, si parta con un’inversione dei fattori, certo indirettamente favorita dal “miraggio social mediatico”: ci si lancia nell’attivismo e in superficiali aggregati, in una continua organizzazione di eventi, kermesse e campagne senza una reale strutturazione di pensiero consapevole delle necessità che il sistema e la realtà sociale, culturale e mediatica ci mettono davanti.

Negli eventi si continua ad analizzare, magari anche perfettamente, ma senza proporre, nelle kermesse ci si consola con gli influencer di turno, nelle campagne di vario tipo si ottengono risposte di “partecipazione”, che illudono sul reale stato della società civile.

Senza la necessaria solidità di base, rischiamo che qualsiasi azione e campagna resti un impeto velleitario appannaggio di pochi, come se ci condannassimo a non vedere la sostanziale incapacità/impossibilità di comunicazione con quel popolo che tanto vorremmo risvegliare.

Drammaticamente: l’evidenza dell’incapacità politica del presente, a fronte delle enormi necessità cui la politica sarebbe chiamata, è devastante.

Nel fronte del dissenso sembra di percepire quasi una sostanziale resa a queste incapacità, mista ad un’altra questione che parrebbe altrettanto grave: l’attesa “salvifica” delle peggiori ipotesi emergenziali all’orizzonte, nazionali e globali.

Penso che alcuni dei leader personalistici e velleitari, incapaci di riprendere in mano un’azione politica classica, sognino di poter cavalcare tensioni e sommosse generalizzate sul territorio, in modo da poter finalmente ottenere quel “palcoscenico rivoluzionario” tanto amato sin dalle letture giovanili.

Purtroppo per loro penso che, per tutta una serie di motivi, gli eventi drammatici all’orizzonte possano comunque non portarsi alle estreme conseguenze di sollevazione che ci saremmo aspettati fino a qualche decennio fa: questo perché dobbiamo tener conto dei profondi effetti psicologici, culturali e sociali, dovuti alla ormai decennale, generalizzata sottomissione della vita e della cultura alla pesante penetrazione massmediatica in ogni ambito del vivere e del pensiero.

Basta parlare con i giovani, nati sotto questo segno, per capire come il sistema oligarchico di potere e di narrazione possa aver trasformato molte visioni e reazioni, almeno nel nostro Occidente, i cui popoli riescono a “digerire” senza apprezzabili reazioni notizie ed eventi che solo fino a 40 anni fa avrebbero causato facilmente disordini e barricate.

Oltre a questo, c’è da dire che la copertura/censura mediatica di qualsiasi evento è talmente capillare, sopraffina e profonda, da poter gestire/assorbire gli eventi in modo tale da risultare assai meno caotico di quel che ci si potrebbe aspettare, incluse le attuali tensioni geopolitiche, certo apparentemente fortissime.

Queste dinamiche, potrebbero far sì che l’indubitabile processo di “multi polarizzazione” in atto trovi una soluzione non immediatamente e visibilmente distruttiva ad un’umanità comunque impaurita ed insicura, che verrà proprio per questo meglio controllata digitalmente e intimamente, grazie alla pretesa emergenziale e securitaria.

Gli enormi pericoli e le ambiguità di questa situazione non sono colte dal “fronte del dissenso”, che non riesce a fare altro che parteggiare per Putin, o almeno così appare facilmente e sostanzialmente dall’esterno, anche grazie allo scontato divide et impera mediatico.

Nessuno sembra capire l’inutilità e la fallacia di tale automatismo ideologico, facilmente attaccabile di farsi “quinta colonna” del nemico.

Su questa tematica si uniscono anche molti sinistrorsi, finora completamente appiattiti su qualsiasi narrazione mainstream e globalista, ma solo perché ora possono di nuovo apparire “antiamericani/antioccidentali” mentre fino al giorno prima erano i paladini delle peggiori violazioni alle libertà civili, perpetrate con la cosiddetta “emergenza sanitaria”.

Questa paradossale e devastante situazione ci consegnerà la peggiore distopia: grazie all’insipienza politica di questi decenni ci ritroveremo comunque con un sistema tecnocratico-digitale, anche se multipolare, al quale continueremo a non aver opposto la nuova necessaria, pragmatica visione alternativa umanistica, ma con ancora più ostacoli sistemici a poterla elaborare e comunicare al nostro amato “popolo”.

Come mai gli intellettuali ed i politici che apparentemente hanno compreso le dinamiche e la gravità della situazione non si fanno classe politica?

La capiamo o no l’enorme insufficienza della nostra area e l’enorme mancanza di responsabilità di quelli a cui facilmente regaliamo un like, credendo di contribuire a chissà cosa?

Quando ci svegliamo veramente e iniziamo a far sul serio politicamente, invece di “giocare ai soldatini” mentre le oligarchie stanno cambiando la cultura, la produzione e l’economia, possedendo le istituzioni per le quali abbiamo versato il sangue?

Solo un governo che sia espressione di una politica con un forte radicamento popolare e di una classe politica costituzionalmente orientata può permettersi, comunque con grandi rischi personali, di scompaginare equilibri sui quali ora non abbiamo voce in capitolo.

Non abbiamo questa classe politica e gli statisti necessari, che sicuramente ci sono nel paese, ma non vedono di certo dove girarsi politicamente.

Nessuno sta facendo il lavoro politico necessario ad un loro “reclutamento”, un lavoro che, data l’inesistenza e l’insipienza della politica negli ultimi decenni, deve essere di forte sintesi, sostanzioso, profondo, ecumenico, ispirato e veloce.

È certamente tutto molto difficile, una difficoltà che aumenta ogni giorno che passa.

Per concludere: credo che un certo tipo di lavoro politico-strategico-organizzativo sia imprescindibile, una responsabilità che non possiamo non accollarci, seppur probabilmente tardiva.

Se poi servirà ad entrare in qualche modo nelle istituzioni ancora esistenti, ma in maniera innovativa e coerente, o sarà utile nel tentativo di ricostruire un tessuto civile ancor più soggiogato e/o separato dai possibili collassi sistemici, lo vedremo al momento.

Una cosa è certa: occorre sfatare quello che a me pare una specie di “sortilegio”, presente soprattutto nel nostro Paese, che sembra impedire la nascita di un forte ed organizzato centro politico di dissenso alla tecnocrazia distopica incombente.

Se tale “stregoneria” sia una “semplice” conseguenza storico-politico-sistemica, oppure una ben precisa agenda occulta, non sono in grado di dirlo.

So solo che l’attuale insipienza politica non è coerente con la storia dell’Occidente.

Chi, dall’altro delle sue analisi e consapevolezze avrebbe potuto costruire, ma ha preferito arrendersi all’imperante antipolitica, magari da comode posizioni raggiunte, credo debba farsi più di un mea culpa.

5 ottobre 2022
fonte immagine: Il Secolo XIX

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