RIUSCIRÀ L’ITALIA A SALVARSI DALLA RIDUZIONE DIGITALE DEL SUO ESSERE?

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Solo con una nuova classe politica possiamo sperare di non scomparire nella digitalizzazione “progressista” trendy.

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Di Massimo Franceschini

 

Pubblicato anche su Attivismo.info e Sfero

Nonostante il Ministro Schillaci affermi che l’emergenza sanitaria durerà fino alla prossima primavera, a molti sembra ormai assodato che il nostro paese stia uscendo da questi anni bui, anche grazie allo stesso ministro che parla di “riconciliazione nazionale”.

Pochi giorni fa, con il comunicato del primo dicembre, la Corte Costituzionale avallava le scelte politiche del passato esecutivo per quello che ci ricorda essere stato un “periodo pandemico”, titolando il suo comunicato con la formula perentoria “Obbligo vaccinale a tutela della salute”.

Non voglio qui elencare le enormi finzioni e mistificazioni nella definizione stessa di un’“emergenza” che molti stentano a “lasciar andare”, ma ricordare e sottolineare quelli che possiamo considerare efferati crimini di stato – sia di commissione, sia di omissione – che hanno prodotto decine di migliaia di morti, una scia che si sta rivelando ancor più lunga, praticamente senza fine, per l’opera terrorifica dei media, la mancata attuazione della deontologia medica costretta a sottostare al ricatto lavorativo, che se attuata avrebbe derubricato la “pandemia” a semplice influenza, per gli effetti avversi alla vita e al benessere del farmaco sperimentale chiamato proditoriamente “vaccino”.

Una minoranza di noi, fra la quale mi pregio umilmente di appartenere, aveva subito capito che il vero obiettivo della tecnocrazia in formazione, che molti cercavano di descrivere come “sanitaria”, nascondeva dietro l’ennesima “emergenza” un obiettivo ancor più inquietante: la digitalizzazione dei rapporti fra persona e persona, fra persona e collettività, fra cittadino e amministrazione.

Credo sia del tutto comprensibile, per chi disposto a vedere, come la digitalizzazione sia la strada per il controllo totale della vita e degli uomini da parte di chi politicamente o corporativamente possiede e/o controlla le fonti della tecnica.

Per chi ancora non comprende la portata della trasformazione in atto, vorrei sollecitare a considerare la digitalizzazione come una progressiva erosione delle sovranità politiche e culturali degli stati di diritto, in favore dell’affermazione di algoritmi, protocolli e controlli istituiti seguendo linee guida di potere assoluto come l’Agenda 2030 dell’Onu o il “great reset” di Klaus Schwab o Dio sa cos’altro, tutte questioni che esulano dalle normali politiche decise da Nazioni attraverso la loro autonoma espressione istituzionale e democratica.

In questo quadro il nostro Paese assume un ruolo fondamentale, non solo per la sua storia e posizione geopolitica-geostrategica, ma anche per il fatto che sia culturalmente, sia “umanamente” era ancora per così dire “indietro” per quanto riguarda l’implementazione tecnocratica: questo fatto può spiegare le peggiori politiche “sanitarie” che ci sono state prescritte, come viatico per un distanziamento oggettivo fra le persone e per una supervisione di moltissime situazioni, attività e questioni che noi italiani preferivamo compiere e risolvere ancora “vociando e gesticolando”, da veri e latini esseri umani.

Questa provocazione, è tesa ad evidenziare come molti paesi che ci sono apparsi più liberi, intelligenti ed “evoluti” perché non hanno adottato le feroci politiche pandemiche che hanno vessato il nostro Paese, da un punto di vista “civile” e culturale non ne avevano in effetti bisogno, soprattutto nel nord dell’Europa, perché già da un pezzo i loro cittadini hanno introiettato una visione della vita tesa a premiare il conformismo tecnocratico, addirittura la morte stessa se guardiamo le sentenze che ogni tanto ci giungono da cotante “democrazie evolute”, per non parlare dell’enorme uso di psicofarmaci e relativi altissimi tassi di suicidi.

La considerazione di questi dati e situazioni dovrebbe far parte dell’introduzione di un nuovo modo di pensare il nostro paese e l’italianità, non come residuo recalcitrante al “progresso sostenibile”, ma come ultimo baluardo alla distopia tecnocratica teso a recuperare, restaurare e difendere l’enorme patrimonio creativo industriale, artigianale, estetico, artistico, culturale, linguistico, culinario, naturalistico, paesaggistico, di relazioni amichevoli culturali, commerciali ed energetiche nel nostro bacino, tutti elementi che evidentemente fanno da una parte gola alle oligarchie e alle corporazioni, dall’altra infastidiscono il pensiero unico dominante “progressista-tecnocratico”, se lasciate libere di ESSERE e di esprimersi.

I nostri tesori reali e potenziali danno assai fastidio al reset globale, in effetti iniziato con i governi emergenziali sin dagli anni ’70 del secolo scorso e nell’ultima definitiva fase con l’emergenza sanitaria.

Sempre questi tesori dovrebbero costruire la forza di una nuova classe politica tesa a ripristinare lo stato di diritto e la sua Costituzione, di cui però stentiamo a vederne le sembianze perché non potrà certo spuntare dall’industria politica-spettacolo da talk e da social media.

Chi in grado di farsi carico della sua costruzione-selezione se adoperi al più presto in tale direzione, altrimenti la parola “Italia” avrà ben presto un significato che stenteremo a riconoscere, buono solo per le nuove generazioni, ansiose di farsi digitalizzare anche il sedere.

9 dicembre 2022
fonte immagine: Wikimedia Commons

2 pensieri riguardo “RIUSCIRÀ L’ITALIA A SALVARSI DALLA RIDUZIONE DIGITALE DEL SUO ESSERE?”

  1. Analisi sempre di buon livello e centrate , purtroppo non altrettanto seguite da ipotesi risolutive altrettanto valide per coerenza e consequenzialità concettuale.

    1. Ciao, vedo ora anche qui il commento, al quale mi sembrava di aver risposto, con una tua ulteriore risposta, ma probabilmente era su un’altra piattaforma. Comunque che dire, mi sembra che nel mondo del dissenso si sia ormai appurata un’incapacità costruttiva che non sia di basso profilo, ideologico, strategico e organizzativo. Il contrario di quanto occorre oggi.

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