UOMO O TECNICA? LA “SCELTA” ANTIUMANA IMPEDISCE UNA POLITICA ALTERNATIVA

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Cerchiamo di comprendere una delle questioni fondamentali che impediscono una seria opposizione alla distopia incombente.

Di Massimo Franceschini

Pubblicato anche su Attivismo.info e Sfero

Chi mi legge sa che una delle direttrici del mio umile impegno civile da scrittore e blogger autodidatta, è quella che cerca di stimolare una riflessione sulle ragioni per cui dal dopo Guerra Fredda, soprattutto nell’Occidente, ma a ben vedere nel mondo intero, sembra impossibile esprimere una politica alternativa a quella dominante.

A tale riguardo consiglio di leggere questo articolo di Carlo Freccero, che trovo fantastico per la sua sintetica ricostruzione di fatti e collegamenti, utilissima a far capire il presente anche a chi non abituato a considerare le cose a questo livello, o a chi d’impulso tende a venerare l’epiteto “complottismo”, assai utile ad evitare il lavoro del pensiero.

Le mie riflessioni sulle incapacità politiche dell’area del dissenso, espresse a vari livelli, si possono leggere in questa serie di articoli e in questi video, alcuni anche abbastanza incazzati per l’incapacità politica, organizzativa e strategica di intellettuali e attivisti, ormai con tutta evidenza arresisi alla tendenza della nostra civiltà, di cui parleremo fra poco.

Badate bene: se pensate che mi stia sbagliando, che in tutti i paesi apparentemente democratici e retti da una qualche forma parlamentare vi sia un’effettiva contrapposizione fra maggioranze e opposizioni, siete proprio fuori strada.

Stesso discorso vale a livello geopolitico, dove ora sembra vi sia un confronto fra una parte dell’Occidente a guida anglo-americana e il resto del mondo, comunque diviso e “fluido”, che apparentemente contende la “leadership nord-atlantica”.

Purtroppo, in maniera del tutto scontata, la difesa dei poli apparentemente opposti al nostro è stata subito stoltamente cavalcata dalle inutili piazze di inutili, divisive e controproducenti proteste, in un modo tale da apparire come antioccidentalismo tout court. Non ripeto qui le ragioni di quanto sto affermando, ma rimando a questo articolo in merito.

Date le doverose premesse, veniamo alla questione che mi preme qui approfondire, che trovo fondamentale per spiegare le ragioni che impediscono la nascita di una seria “politica alternativa”, coerente con la situazione sistemica, dato che questo fattore fa da sfondo e collante per tutta una serie di “insufficienze/inefficienze” politiche – come vedete sto cercando di essere gentile.

Per comprendere meglio la necessaria denuncia di questo articolo, occorre mettere dei punti fermi:

  1. È del tutto evidente come l’emergenza sanitaria abbia segnato l’inizio di una fase ben precisa, corrispondente ad un’ulteriore modificazione generalizzata dei sistemi politici e amministrativi – per la verità iniziata già da anni, per quanto reso possibile dalla tecnica e dalla corruzione della politica nelle democrazie costituzionali.
  2. Tale modifica/corruzione riguarda non solo l’amministrazione dello Stato e il rapporto Stato-cittadino, ma di fatto implica una progressiva “demolizione controllata” dello stato di diritto stesso che da anni, progressivamente, non riesce più a garantire quei diritti e quelle sicurezze che lo facevano punto di arrivo di una civiltà politica sempre più impregnata dai valori umanistici, infine codificati nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.
  3. I fattori che rendono possibili e visibili queste modifiche/corruzioni e il progressivo svuotamento dello stato di diritto sono la globalizzazione e la tecnocratizzazione di sempre più ambiti, tutti fattori favoriti dalle istituzioni internazionali e dai centri di potere visibili e occulti, dagli stati profondi, dal cosiddetto apparato militare-industriale, dai potentati corporativi e finanziari che hanno coperto la sostanziale corruzione della politica con teorie socio-economico-monetarie false e, soprattutto, con l’ORGANIZZAZIONE e l’IMPOSIZIONE di tutta una serie di varie emergenze susseguitesi senza soluzione di continuità dal 2001 delle Torri Gemelle, per arrivare alle odierne pandemica, bellica, energetica, alimentare e climatica.
  4. La tendenza al governo emergenziale si sposa perfettamente con le condizionalità di vario ordine, monetarie e finanziarie in testa, imposte ormai da anni dalle istituzioni internazionali e sovranazionali, di fatto sovraordinate alla politica e agli Stati, sempre più ex-sovrani.
  5. L’inizio di quest’ultima fase, annunciata al principio del 2020 dai media global-mainstream subito dopo l’apparizione del termine “pandemia” con la promessa che “il mondo non sarebbe stato più lo stesso”, è stato deciso appena lo sviluppo tecnologico iniziava a rendere possibile una velocità nella trasmissione di dati fino a pochi anni prima impensabile, tale da permettere analisi assai più veloci, una domotica efficiente, l’internet delle cose, le cosiddette “smart city” e il ventilato “internet dei corpi” – ci sono anche altri sviluppi, ma non sono abbastanza tecnologico per parlarne e abbastanza “complottaro” per abboccare a tematiche di fatto controproducenti, quindi superflue, almeno per ora.
  6. Veniamo alle relativamente recenti e pesanti modifiche, sostituzioni, cancellazioni, delegittimazioni di lessico, cultura, dissenso, rapporti, politiche, contenuti, visioni, coordinate, obiettivi, agende, pratiche, tecnologie, perfino menù con l’introduzione per noi povero “volgo” degli insetti!
    Le trasformazioni della realtà, che arrivano nientemeno a considerare reato chiamare una persona con il suo sesso apparente, rappresentano la cartina tornasole delle profonde mistificazioni cui siamo sottoposti, spacciate per “evoluzione”, “miglioramento” e “sostenibilità”, addirittura ampliamento dei diritti per tutti, ma effettiva negazione di qualsiasi cosa possa sembrare non allineata, si potrebbe dire “umana”.
  7. Deve essere chiaro come il sole che quanto illustrato nei punti precedenti è reso possibile, principalmente, da un solo fattore determinante: dalla TECNICA non controllata dalle società civili cui la stessa si applica.
    L’uomo è così asservito, consumatore e collaborazionista della tecnica stessa, elevata di fatto a nuovo e indiscutibile totem “progressista”.

A quanti potrebbero obiettare che la tecnica stessa è un prodotto dell’uomo e accusarmi subito di antimodernismo o peggio, rispondo semplicemente che qualsiasi azione, scelta e creazione diventi maniacalmente “ossessiva” e “coattiva”, dovrebbe essere sottoposta ad un’attenta analisi, che in questo caso dovrebbe essere di ordine etico e culturale in primis, per sfociare di conseguenza in conclusioni condivise, prassi e protocolli che solo l’ambito politico può essere in grado di mettere in opera.

Fatte le doverose premesse, veniamo al dunque: perché nel titolo parlo di “scelta antiumana”?

Presto detto, non prima però di chiarire che mi riferisco alla parte di Umanità non direttamente coinvolta nella costruzione del dominio, le élite di Freccero, per intenderci: sto parlando di una “scelta” non derivante da un’esatta considerazione, ma di una “risultanza” sulla quale ognuno potrebbe avere una diversa percezione e/o accordo.

Sto parlando insomma di una determinazione che appare “inevitabile”, causata da idee, comportamenti o mancanza di questi, di ordine generale, di impostazioni così comuni, quanto non ragionate, che danno come risultanza una tendenza alla totale sottomissione dell’uomo e della vita alla tecnica.

Insomma: credo che la risultanza fondamentale, il minimo comun denominatore della cultura e dell’agire dell’uomo moderno non facciano altro che sottoscrivere continuamente una lenta, ma capillare sottomissione alla tecnica, cui viene permesso di sostituire sempre più ambiti e decisioni.

La situazione della nostra civiltà è data dalla retrocessione del controllo della realtà e della vita stessa non solo da parte dell’uomo comune, ma anche, sostanzialmente, da parte di quanti più istruiti, “intellettuali” e competenti, addirittura da parte delle stesse istituzioni.

La cosa ancor più grave, è che questa “scelta” sostanzialmente antiumana viene compiuta ogni giorno anche dalla parte più attiva del dissenso, sia intellettuale, sia attivistico.

In quale modo, direte voi?

Nell’esatta maniera in cui non si prende di petto la “questione transumana” nel suo complesso con tutte le sue ricadute e derivazioni, per porla immediatamente al centro della nuova necessaria narrazione: la sola capace di avere una pur misera chance, dato il lungo sonno di cui parlo in questo articolo, di poter favorire la nascita di una massa critica adeguata alle sfide del presente.

Questa scelta politica comporterebbe la sollecitazione di una grande consapevolezza da parte di un’importante fetta della popolazione potenzialmente concorde.

Dovrebbe essere un nuovo paradigma di pensiero e azione che potrebbe risultare comunque comprensibile, se ben comunicato, dato che ormai tutti vediamo le trasformazioni nelle piccole grandi cose di tutti i giorni ai quali non riusciamo ormai ad apporre altro che la nostra impotenza, oltre al fatto che ai più appaiono inevitabili.

La sottomissione reale e incontrollata della tecnica all’uomo sembra però un grimaldello sul quale purtroppo molti nell’area del dissenso non vogliono agire: da destra perché la tecnocrazia autoritaria è vista sempre più come l’unica soluzione capace di portare “legge e ordine” ai problemi di questa fase, da sinistra perché la tematica tocca inevitabilmente punti etici sui quali non ci vuol sentire, dato che culturalmente è da sempre impregnata di materialismo e scientismo in un modo così profondo da farla diventare la miglior attuatrice della tendenza antiumana della modernità.

Invece di evitare temi ritenuti “divisivi” come le questioni etiche sulle manomissioni alla VITA, sull’intromissione psico-politica nelle famiglie e sull’ormai centrale ideologia gender la sinistra, anche presuntamente “antisistema”, dovrebbe ammettere che sotto il nome della “scienza”, in realtà puro dogmatismo scientista e materialista ad uso e consumo della tecnocrazia al potere, si compiono quotidianamente un numero incalcolabile di crimini, che imporrebbero un radicale cambio di paradigma nei programmi politici e nelle attività di un ideale stato di diritto.

Nel mio piccolo, oltre alla pubblicazione di un programma politico ispirato ai diritti umani in fase di aggiornamento, ho recentemente pubblicato questo articolo in cui cerco sinteticamente di delineare le possibili direttrici programmatiche di azione politica, seguendo proprio i 30 articoli della Dichiarazione Universale.

Questa incapacità politica e di visione dell’area del dissenso, si va così a sommare alle altre problematiche di velleitarismo, dilettantismo, disorganizzazione, approssimazione e lotte interne personali, che si vanno ad aggiungere alla sostanziale accettazione di tutti i divide et impera classisti, geopolitici e di altro tipo portati alla ribalta dall’agenda politico-mediatica mainstream.

E non dimentichiamo la fantastica illusione di poter condurre l’attività politica e l’organizzazione dai social e dal web senza quel minimo di accortezza e metodo necessari ad evitare di veder finire ogni progetto perché squassato dagli inevitabili contraccolpi di quello che chiamo tristemente “democratismo”, che sarebbe ben altra cosa della necessaria, metodica trasparenza e di un fruttuoso interscambio di azioni e idee fra organizzazione e società civile.

Anche questo problema, sostanzialmente, è un prodotto della “fascinazione tecnica”.

Per chiudere l’articolo con un po’ di ottimismo, consiglio la lettura di questo articolo di Fabio Conditi, in cui l’autore cita lo stesso articolo di Freccero linkato da me all’inizio, ma non possiamo illuderci: se non sorgerà al più presto un centro politico autorevole fatto di potenziali statisti, capace di comprendere le questioni oggetto del presente articolo e di costruire un progetto politico adeguato al presente, non avremo alcuna chance di fermare la distopia che si sta velocemente strutturando.

Come si suol dire, la speranza è sempre l’ultima a morire!

8 gennaio 2023
fonte immagine: PhHere

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