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SOVRANITÀ PERDUTE E CONFORMISMO EMERGENZIALE SI AFFRONTANO COMUNICANDO

massimo franceschini blog

L’unica strada per affrontare il pensiero unico e ripristinare le sovranità costituzionali in un paese occupato che non genera un’opposizione credibile.

Qui il video dell’articolo

Di Massimo Franceschini

Pubblicato anche su Attivismo.info, Sfero e Ovidio Network

Se un cittadino appartenente alla cosiddetta “maggioranza silenziosa” avesse occasione di leggere titolo e sottotitolo di questo articolo, probabilmente fuggirebbe inorridito di fronte a cotanto “complottismo”, forse non prima di essere stato “costretto” a rileggerlo 2 o 3 volte per poter capire di cosa io parli, senza garanzia alcuna che sia riuscito nell’impresa.

Potrebbe dirmi: “Quale sarebbe l’occupazione e quale conformismo? Non vedi la dialettica politica sin troppo esasperata?”

Il probabile realismo dell’immagine appena descritta, credo la dica lunga sullo stato della nostra società pseudo-democratica, ma rivela due altre questioni sostanziali.

La prima riguarda il decadimento della nostra Repubblica da una sorta di “protettorato USA”, comunque “aiutato” a rialzarsi nel primo dopoguerra pur fra mille contraddizioni, a quello che è progressivamente diventato: un luogo di sperimentazione per il controllo di massa “superveduto” dallo “stato profondo”, dopo la razzia economica delle corporazioni globali in fase di completamento, situazione che si somma al fatto che la nostra penisola è di nuovo molto strategica, perciò meno libera.

Tale situazione ha necessariamente richiesto nei decenni passati un forte decadimento scolastico, culturale, mediatico e politico, adatto a “formare” un popolo ammaestrato con delle vere e proprie fesserie di ordine sociale, economico e politico oggi “condite” con la “nuova cultura dei diritti” e della “sostenibilità ambientale”, due questioni che dire “mal poste” sarebbe un’immeritata gentilezza.

Un popolo quindi incapace di considerare la reale dimensione e causalità nelle situazioni sociali, politiche, geopolitiche e sistemiche, un popolo che scambia per dialettica democratica la “politica-spettacolo” mandata in onda dal mainstream, sulla quale a malapena converge la residua attenzione già precarizzata dalla “qualità” e dalla deviante distrazione dello spettacolo integrato globale.

In questa situazione, gravida di problemi che paiono insormontabili, in una cornice di tensione geopolitica da “guerra tiepida”, appare in tutta la sua gravità l’altra questione: l’area del dissenso appare ormai talmente disorientata da aver rinunciato completamente ad una costruzione politica capace di parlare al paese, pur continuando a produrre un’infinita quantità di apparenti “contenuti”, manifestazioni e “luoghi” di discussione, fisici e virtuali, buoni solo a mantenere il suo pubblico attento e fidelizzato dalla “visualizzazione”, anche se “non comunicante” con il resto della società civile.

Quindi la fotografia del paese, per i nostri scopi, è presto detta: occupazione da parte dei cosiddetti “poteri forti” e mancanza di discussione interna, anche intergenerazionale, come poli di uno stesso problema.

Per cercare di modificare la drammatica immagine abbiamo una sola “arma” capace di creare le occasioni per trovare una chiave di volta, una speranza, se non una soluzione: la forza della COMUNICAZIONE.

Ma il punto credo sia proprio questo: crediamo veramente nella comunicazione?

Come sperare oggi nelle sue possibilità se tutti i suoi “luoghi” sono occupati e pervasi dal pensiero unico dominante, e soprattutto, come riporci speranze se la stessa sembra apparentemente inefficiente da un punto di vista politico?

Ma qui un’altra domanda appare all’orizzonte: sappiamo veramente cosa debba intendersi per comunicazione, quali sarebbero le condizioni che la rendono possibile?

Metaforicamente parlando, sarebbe come dover essere obbligati a scalare una montagna senza sapere che esiste l’alpinismo, con tutte le sue tecniche ed attrezzature.

Ebbene, come sempre, quando un problema appare troppo grande e complesso, non si deve far altro che analizzarlo per individuarne i fattori, una scala di priorità, gli obiettivi da raggiungere per la sua risoluzione e, soprattutto, visto che un problema per definizione può in sostanza ridursi ad una “situazione” dovuta a due o più intenzioni contrarie, occorre “risolvere” o almeno “depotenziare” il problema, smettendo di “essere” uno dei “terminali” che lo compongono.

Cosa intendo esattamente e come applicare ciò alla realtà data?

Credo che intanto ci si debba chiedere se crediamo sia veramente necessario mettersi in contatto con il “paese reale”, non solo con l’area del dissenso, peraltro oggi così confusa e indirizzata su altri contenuti e interessi, ben che vada “laterali” rispetto alla necessaria costruzione politica.

Risolto questo “problemino” di volontà politica, credo ci si debba rendere conto che una comunicazione è possibile solo se si “È” un soggetto comunicante rispondente alla seguenti domande.

– È riconoscibile come tale?

– È nelle linee di comunicazione del paese?

– Ha qualcosa da dire di importante ad un livello che possa essere compreso, discusso e accettato?

– Ciò che potrebbe dire sarebbe veramente adatto al raggiungimento dei suoi scopi, in questo caso di liberazione nazionale, costituzionale e democratica, un processo che dovrebbe necessariamente passare per una costruzione politica di alternativa per ogni settore del vivere in uno stato di diritto, dell’essere uno Stato sovrano che ha relazioni con altri Stati, una visione da ben spiegare al paese nel suo intero per immettere nello scenario della politica qualcosa di nuovo, coerente e dirompente?

Capite quale montagna da scalare abbiano oggi l’area del dissenso, la politica stessa e la società civile, se non vogliono ridursi ad essere definitivamente soggiogate dalle agende di controllo digitali per la sottomissione ad una tecnocrazia che lavora incessantemente ai suoi obiettivi?

La domanda a questo punto è semplice: abbiamo una classe politica coraggiosa e adeguata a tale sfida?

Se non saremo capaci di esprimerla, l’incessante produzione di contenuti e momenti di protesta servirà solo a riempire di ricordi i nostri ultimi giorni, che però non troveranno orecchie fertili e disposte a farne buon uso.
(AI free)

17 marzo 2023
Fonte immagine: PxHere, Public Domain Pictures

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