OPPENHEIMER DI NOLAN: PARADIGMA DELLA CRISI ARTISTICA E DI ALTRE CRISI DEL PRESENTE

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La maggioritaria approvazione tecnica sul film la dice lunga sul tunnel espressivo e percettivo in cui siamo finiti, uno dei tanti “totalitarismi” della nostra epoca.

Qui il video dell’articolo

Di Massimo Franceschini

 

Pubblicato anche su Attivismo.info, Sfero e Ovidio Network

Credo che l’ultimo film di Christopher Nolan, Oppenheimer, sia per certi versi emblematico di un punto di crisi del cinema, dell’arte e del presente tout court, non solo artistico.

Restando per ora sull’aspetto registico, nella mia ricerca ho notato la quasi totale assenza di qualsiasi riflessione su un punto che, al contrario, a me pare assai critico: il commento musicale.

Dico “quasi”, perché effettivamente in questo video c’è un commento assai centrato sull’uso fastidioso della musica nella prima parte del film. Sempre in questa recensione l’autore muove altre critiche sul film e sul regista, anche assai interessanti, che però non voglio approfondire troppo in questa sede.

Sinteticamente, il mio appunto è questo: come fa un regista non alle prime armi come Nolan ad appesantire un girato già così carico di significati, di storia e di forti personaggi, di pathos, di dialoghi impegnativi, di magistrali interpretazioni, di molteplici piani narrativi e di altrettante dimensioni, di strepitosa fotografia e di ancor più fantastico sonoro, con una colonna sonora così presente e per questo “pesante”?

In maniera secondo me corretta, perché evidente, l’autore del video che cito afferma che l’obiettivo di Nolan riguardo a tutta questa musica sia in sostanza quello di trattare il soggetto come un film d’azione, abbassando quindi l’importanza dei dialoghi, sui quali si potrebbero discutere le scelte contenutistiche, anche relative alle dinamiche psicologiche e politiche.

A questa analisi, vorrei aggiungere un altro problema alla base delle scelte del regista, anche se non parlerei di “incapacità”, ma di scelte ben precise, affrontando anche un altro aspetto: come è possibile che la stragrande maggioranza dei commentatori non abbia da ridire qualcosa sul problema del commento sonoro, anche considerando che non stiamo parlando di un film Marvel, DC Comics o “semplicemente” d’azione?

Da questo punto di vista, molte delle recensioni hanno sottolineato, positivamente, il fatto che fossero assenti gli effetti speciali digitali, i “famigerati” CGI, facendosi evidentemente bastare questo dato per aggiungere un punto in più alla valutazione del film.

Sorvolando sul fatto che ormai da tempo la tecnologia permette un enorme livello di elaborazione e intervento in post produzione di quanto fermato nel girato, anche senza la creazione ex-novo consentita dal digitale, abbiamo qui una fondamentale schizofrenia, evidentemente figlia della nostra epoca: da una parte molti denunciano il digitale nell’arte, mentre dall’altra ne accettano le drammatiche implementazioni di ordine tecnocratico in ogni altro aspetto della vita e della realtà, capaci di sottometterci ai suoi algoritmi con il sostanziale placet della cultura e della politica mainstream!

Lasciando stare in questa sede le problematiche sociali, politiche e sistemiche in ordine alla tecnocrazia che ci porterebbero molto lontano, ma che volendo potete approfondire in questa categoria di articoli, non posso comunque non condivide le perplessità sulle scelte contenutistiche fatte da Nolan ed espresse nella recensione che ho citato.

Per quanto mi riguarda, mi pare che il regista cerchi di mettere una pezza, anche con la musica troppo invadente, oggettivamente superflua e/o disturbante in momenti in cui normalmente non ci aspetteremmo, ma ripeto, con un distinguo rispetto all’autore della recensione: non credo si possa mai accusare Nolan di incapacità, quanto di scelte, magari dovute a necessità non prettamente artistiche, probabilmente di ordine “politico”.

Cosa intendo? Beh, il materiale del film è questione scottante per gli USA e il blocco Occidentale tutto, ora teso ad un apparente confronto globale con i nuovi player globali, quindi una scelta calibrata da parte del regista su cosa omettere, cosa privilegiare e sul come farlo può essere dovuta a questo, anche considerando l’enormità degli investimenti e degli incassi generati da un “evento” del genere.

E non dimentichiamo la questione ancor più generale della “scienza” e delle sue applicazioni, visto che stati profondi, logge e organismi transnazionali extrademocratici ed extraistituzionali vorrebbero con tutta evidenza uniformare il governo mondiale ai presunti “risultati” di una presunta “scienza indiscutibile”.

Ma il problema che in questa sede mi interessa sottolineare, che ha comunque permesso a Nolan di fare con la musica ciò che ha fatto sapendo che pochi o nessuno avrebbero avuto da ridire su tale aspetto, è permesso anche da un’altra questione, che riguarda la musica stessa e, più in generale, il suo uso nelle confezioni di quella che possiamo sempre più chiamare “società dello spettacolo integrato”: come possiamo tristemente vedere e sentire, oggi la musica è ormai utilizzata come sottofondo, anzi, come “partner alla pari” praticamente per ogni installazione e creazione, per ogni prodotto audiovisivo, dagli strillati “eventi” di basso o “alto” profilo che ammorbano le navigazioni sul web, ai servizi di informazione pura, anche come sottofondo a semplici ragionamenti, approfondimenti, interviste e quant’altro, soprattutto nel web, ma anche in televisione.

E stiamo parlando di un prodotto, esattamente questo film, che potrebbe quasi reggersi anche senza musica, tali e tanti sono i rumori importanti che comunque lo caratterizzano, che a volte Nolan ci fa sentire senza disturbo musicale: che il generale e pesante commento sonoro serva anche ad indorare una tematica così scomoda, con i suoi effetti e i suoi dilemmi di ordine etico-politico che lasciati al solo nudo rumore avrebbero avuto ben altra resa nella percezione finale del film?

Oltre a questo, si potrebbe riflettere sul fatto, probabilmente consolidato nella “PNL mediatica”, che forse senza musica non saremmo più capaci di attenzione, o magari capaci di “troppa” attenzione, o sul fatto che la musica possa dare l’impressione di un maggior “confezionamento professionale”, come se la musica sia diventata un “arredamento” necessario.

En passant, vorrei porre brevemente l’attenzione su una questione del tutto fuori centro riguardo alla musica, ormai soggetta da troppi decenni alle “cure” delle corporazioni globali che tendono a standardizzarne teoria, contenuti e trasmissione, uniformandone cultura e percezione: il fatto che alcune sequenze di note e accordi siano ormai insegnate come evocative per certe emozioni, diventa un erroneo tunnel creativo-percettivo capace di far compiere un doppio errore: da una parte considerare le azioni e reazioni umane con un nuovo “determinismo frequenziale” di assai debole dimostrazione e ancor più debole oggettività, accontentandoci della generale risposta “coerente” a precisi stimoli; dall’altra, sottovalutare la resa emotiva, percettiva e intellettuale nel rompere, addirittura ribaltandole, consuetudini che per certe immagini sia più appropriato un determinato commento sonoro (qui il finale del Dottor Stranamore a mo’ di esempio).

Il problema della musica ha quindi molte sfaccettature, che vanno anche oltre il cinema, iniziando da quella che rivela direttamente l’intenzione della maggior parte dei produttori di contenuti di voler comunque “agganciare” il fruitore, costi quel che costi, come se, addirittura, l’importanza della comprensione del contenuto sia secondaria all’aggancio emotivo del fruitore: forse perché quel che interessa veramente è la fidelizzazione del “cliente”, ben sapendo che prima o poi arriverà la pubblicità, che avrà sentito o sentirà altre mille volte a “rassicurarlo” su ciò che sta sentendo o guardando?

Un altro problema riguardo l’appiattimento: se tutto è uniformato dalla presenza di “sottofondo”, sarà tutto genericamente drammatico o rassicurante o altro, impedendo o in qualche modo “dissuadendo” il fruitore da una valutazione relativa dei contenuti, cui probabilmente darà una risposta, un consenso o uno sguardo superficiale, ancor più probabilmente uniformato alla maggioranza, o comunque alle intenzioni “emotive” che il produttore cerca surrettiziamente di ottenere con lo smodato uso della musica.

Ecco quindi come il “confezionamento emotivo”, in effetti, sembra rivelarsi la cifra stilistica più importante e pregnante, che diventa quasi contenuto, anche se non immediatamente percepibile come tale, che rende più probabile un certo tipo di reazione al soggetto in questione.

Ecco allora come si possa tranquillamente pensare, vista l’ormai totale mediatizzazione di ogni aspetto della vita, e non sono certo il primo a dirlo, come a ben vedere oggi siamo più che mai governati dall’emotività, anche per le grandi scelte di ordine politico e culturale, un’emotività guidata scientificamente non solo dalla retorica o dalla propaganda, ma da un sapiente confezionamento attraverso l’uso di tutti i mezzi tecnici del consenso emotivo, musica in primis, ovviamente.

Ecco allora che la musica, devastata e declassata dall’indubitabile posto nell’empireo della creazione, diventa oggi magnifico esempio della crisi di civiltà cui siamo finiti da troppo tempo.

La musica quindi, ridotta a banale e strillata melassa, sostanzialmente “estratta” da cose già scritte, usata come “collante” universale professionale, come “pensiero unico dominante” alla quale associare predeterminate emozioni, come a stringere la comunicazione in avvolgente camicia di forza senza la quale potremmo anche sentirci troppo nudi, di fronte a qualche pensiero sfuggito dalla rete del “politicamente corretto” che sta sempre più stringendo i nostri tempi.

Vi lascio con una cosa che scrissi nell’agosto 2020, sulla quale ho fatto anche questo video, facente parte di questa serie di scritti provocatori sulla “verità”:

Confezioni
guardiamo confezioni
crediamo nella verità delle confezioni
delle produzioni
che hanno regole
anche sopra la deontologia
a volte della legge
tutto è confezione

Come distinguere
da prodotto a prodotto
da superfluo a creativo
dall’eccesso di forma
all’assenza di contenuto
che però mai è assente
anche quando pieno di inutilità
di distrazioni
di deviazioni
di apparenza
di supponenza
di vuoto mentale
ma di utile fracasso

Ecco
L’unica verità
il fracasso
che diventa moda e tendenza
anche in una sigla fastidiosa
che mal si sopporta
si pretende necessaria
anche nei prodotti indipendenti
non sempre intelligenti

fracasso
solido come una menzogna
sembra verità
ma non va
oltre la realtà.
(AI free)

1 settembre 2023
Fonte immagine: The Space Cinema
Tempo addietro avevo affrontato il precedente film di Nolan, Tenet, in questo video estemporaneo.

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