IL VERO PROBLEMA NEL DISSENSO DEI NOSTRI TEMPI NON È IL COMPLOTTISMO, MA L’ANTIPOLITICA

massimo franceschini blog

Il travaso del pensiero critico nei social media ha comportato molte ricadute distruttive come l’antipolitica e il rifiuto dei Diritti Umani. (AI free)

Di Massimo Franceschini

 

Pubblicato anche su Attivismo.info, Sfero, Ovidio Network

Nel precedente articolo invitavo per l’ennesima volta, in maniera particolare, a riflettere sulla necessità di riscoprire l’impegno politico; questo è un’ideale continuazione e quanto andrò qui a dire andrà senz’altro a far parte delle serie di articoli e video che hanno come comune titolazione “cosa impedisce una politica alternativa”.

Premesse:

– per dissenso a questo sistema politico non intendo certo una semplice critica all’ultimo governo pseudo-qualcosa, che potrebbe significare un inquadramento ideologico o comunque un presunto schieramento; intendo piuttosto un dissenso alla degenerazione del sistema socio-politico-economico della nostra Repubblica in qualcosa di oligarchico, assai diverso dalla mirabile sintesi “social-democratica” a economia mista prescritta dalla nostra Costituzione intrisa di diritti umani;

– per complottismo intendo l’etichettatura data a piacimento dal pensiero unico dominante, che definirei “material-scientista-progressista”, a qualsiasi notizia, analisi o idea si discosti appunto dal pensiero unico stesso, soprattutto se tesa a mettere in discussione le forme del vero potere oligarchico dei nostri tempi;

– anche considerando l’antipolitica generata alla fine del secolo scorso dalla critica alla partitocrazia e alla “casta”, dall’operazione Mani Pulite, dal sostanziale gatekeeping del Movimento 5 Stelle e degli altri micro partitini a seguire, velleitari, personalistici e senza reale progettualità: per antipolitica non intendo qui riferirmi solo alla normale disaffezione civile del cittadino, vista l’inutilità delle pseudo scelte cui siamo costretti dalla degenerazione oligarchica della democrazia di cui sopra, quanto piuttosto al sostanziale rifiuto/non riconoscimento delle conquiste politiche quali i moderni impianti istituzionali liberali, caratterizzati da una democrazia repubblicana e rappresentativa, dalla separazione dei poteri, dal suffragio universale, da una tensione politica di attuazione dei cosiddetti diritti civili, economici e sociali per tutti, a loro volta contenuti nei diritti umani.

Insomma, l’antipolitica si caratterizza per un rifiuto dello Stato di diritto tout court, Stato che per definizione dovrebbe assicurare la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’essere umano.

Questo rifiuto/non riconoscimento arriva spesso alla negazione, al rifiuto e alla delegittimazione di qualsiasi governo e organizzazione sociale appena più grande di una piccola comunità.

Navigando nei social media non è infrequente incontrare contenuti e gruppi caratterizzati da questa antipolitica, sostenuta da una narrazione anche ben documentata riguardante la degenerazione dello Stato, della politica e della società, una narrazione corroborata dall’analisi storica di molte dinamiche della deriva in atto dovute all’azione di élite, aristocrazie e oligarchie di qualche tipo che avrebbero da lungo tempo operato a vari livelli e in maniera più o meno occulta, scavalcando o comunque corrompendo la “politica visibile”; ovviamente, di questa narrazione fa anche parte la filosofia anarchica di rifiuto dello Stato e del potere per la quale non si parla di degenerazione, in quanto Stato e potere non possono che essere corrotti.

Generalmente, le conclusioni di queste narrazioni arrivano a sostenere il fatto che, data la quantità e la qualità della corruzione, la via politico-istituzionale sia ormai un completo binario morto da evitare come la peste, pena la fatale e inevitabile sottomissione alla corruzione stessa che trasformerebbe qualsiasi lotta, qualsiasi programma e qualsiasi persona intenta a percorrere le strade della politica in uno strumento delle élite che muovono i fili del mondo.

Il discorso appena espresso, seppur sinteticamente, può apparire a tutta prima assai sensato vista l’esperienza, ed è capace di inondare il web di un filo rosso antipolitico che diventa fatalmente insuperabile, un virus argomentativo che inquina e blocca sul nascere qualsiasi ragionamento di carattere “politico”, anche attraverso la consuetudine di intendere “politico” con “partitico”: questo fa sì che mentre si fanno ragionamenti politici, anche durante riunioni, allo stesso momento si possa tranquillamente affermare di non voler far politica, intendendo con ciò il fatto di non far parte di un partito o di uno schieramento ideologico.

Il cortocircuito antipolitico diventa così uno dei fattori che alimentano quello che potrebbe chiamarsi un “pensiero unico dominante” uguale e contrario a quello falso, deviante, divisivo e di fondamentale distrazione dai problemi del nostro tempo del mainstream: in questo modo, paradossalmente, l’antipolitica riesce ad agevolare le oligarchie al potere, in quanto nega la necessità di riprenderci la via politica per influire sull’andamento della cultura e della società, che è poi da sempre l’unica strada, se non si vuole ricorrere alla violenza.

La sola strada perché, dopo gli orrori della prima parte del secolo scorso, era apparsa come auspicabile e percorribile dalla maggior parte di un’Umanità stanca degli orrori dovuti all’uso della forza.

I frutti dell’evoluzione della politica e del diritto sono così progressivamente negati da tutti, anche grazie all’antipolitica, e senza che questa si preoccupi di spiegarci un’alternativa realistica e funzionale all’impianto istituzionale liberale ed ai valori umanistici che ne dovrebbero essere l’anima, incarnati nei 30 Diritti Umani.

A questo proposito: una delle derive più inquietanti di questa antipolitica si fonda su una propaganda ai cosiddetti “diritti naturali”, non riconoscendo appunto come tali i 30 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sui quali le nazioni hanno trovato un ampio accordo e stipulato convenzioni.

Il non riconoscimento del grande valore e dell’utilità politica di tale Dichiarazione è così la prova decisiva della devastazione civile e culturale dei nostri tempi, dovuta anche all’antipolitica.

Questo fatto, a ben vedere, sostiene le mie tesi contrarie all’antipolitica, che identificano la stessa come sostanzialmente gatekeeping rispetto alla necessità di fare qualcosa di utile da un punto di vista civile, politico, istituzionale.

Per far capire ancora meglio: in pratica, che differenza c’è fra questi velleitari che rifiutano la politica e sparlano dei diritti umani e i leader istituzionali di varia natura che in questi ultimi anni ci hanno avvisato pubblicamente a più riprese che stavano lavorando per un “nuovo ordine mondiale”?

Chi è che ha decretato l’inutilità del nuovo ordine internazionale di pace e di collaborazione auspicato con i diritti umani, ratificato nel 1948 e sottoscritto con le convenzioni degli anni a seguire?

Da parte mia, con questo articolo provo a suggerire come possa nascere un programma politico osservando le violazioni ai diritti umani, mentre questa è la serie di articoli e podacast su tutta la Dichiarazione Universale, che andrà in un libro che sto ultimando e che dovrebbe servirmi da testo guida per un seminario richiestomi da amici.

Il sistema oligarchico globale sta avanzando verso quella che chiamo TECNO-DISTOPIA DI CONTROLLO GLOBALE, se non faremo un ultimo tentativo politico-culturale per un ripristino ideale e pragmatico dei diritti umani, dello Stato di diritto e delle istituzioni liberali che lo caratterizzano, attraverso la costituzione di un rinnovato soggetto politico di spessore e di respiro nazionale, di cui parlavo in questo libro e in questa serie di articoli, non saremo autorizzati a piangere la progressiva erosione delle nostre libertà: non avremo fatto abbastanza per impedirla.

14 febbraio 2024
fonte immagine: Fickr, Il Mattino

Lascia un commento