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PSICHIATRIA, ANTIPSICHIATRIA E DIRITTI UMANI

massimo franceschini blog

Prime riflessioni per una proposta di riforma psichiatrica ispirata a buon senso e diritti umani

di Massimo Franceschini

La storia dell’antipsichiatria è lunga e travagliata, ma anche piena di successi, anche se parziali e insufficienti, come la chiusura dei manicomi in Italia.

Innumerevoli prese di posizione, articoli, libri, manifestazioni e convegni testimoniano una volontà della società civile, dei comitati per i diritti umani e di molti professionisti del settore oltre a intellettuali, filosofi e scienziati, contraria a tutte le pratiche aberranti e coercitive della psichiatria.

Il volto umano dell’approccio moderno al disagio mentale è solo una finzione, l’elettroshock non è mai stato veramente abolito ma spesso somministrato in silenzio, ancora oggi.

Le pratiche sanitarie obbligatorie non sono altro che un tentativo di nascondere alla società “civile” ogni forma di disagio, violando al contempo dignità e diritti umani di chi soffre.

Il tunnel di queste pratiche coercitive e istituzionalizzanti è funzionale ad una logica di mero controllo e separazione del soggetto “problematico” dall’ambiente familiare/lavorativo, per farlo ritornare “nei ranghi”, quando va bene, dopo averlo rinchiuso in una gabbia di apatia chimica.

L’effetto di queste pratiche è una sedazione e sottomissione di chi soffre, senza una vera risposta o ipotesi di miglioramento personale.

Bisogna inoltre considerare il pericolo che queste procedure possono, in caso di un mai scongiurato peggioramento della situazione sociale con conseguenti restrizioni delle libertà civili, assurgere a ruolo di controllo politico del dissenso.

Dobbiamo far capire l’illegittimità scientifica e l’illiceità etica di queste pratiche, e scongiurare per sempre il rischio di incanalare la società in una china pericolosamente illiberale.

Riguardo alla prassi più in voga, quella farmacologica, innumerevoli sono ormai le istanze anche scientificamente autorevoli di completa delegittimazione, etica e medica.

Molti operatori e ricercatori contestano infatti l’intrusione chimica che pretende di governare squilibri cerebrali di assai dubbia dimostrazione e/o associazione ad un rapporto di causa-effetto per qualsiasi disagio.

Chi sottoposto ai farmaci può, a volte, dare l’impressione di poter continuare tranquillamente con le sue attività, nel suo ambiente, senza considerare che proprio la sua modalità di relazione con gli altri è spesso causa o concausa del problema e della sua cronicizzazione.

Inoltre le ricerche più serie ci parlano di un ente così complesso, il cervello, da porre seri dubbi sulla pretesa selettività dell’azione farmacologica.

Un cervello dotato di prerogative plastiche di rigenerarsi e riprogrammarsi, come illustravo qui, che si esplicano sia nel più lungo respiro genetico, sia nell’arco della singola vita al presentarsi di variegati stimoli e modifiche di comportamenti: alimentari, mentali, spirituali, culturali, artistici, affettivi e di altro tipo.

Oltre a ciò, non dobbiamo dimenticare il clamoroso effetto placebo: questo affascinante meccanismo dovrebbe generare riflessioni importanti di carattere etico e scientifico, mai colte però da una ricerca ossessivamente intenta a soddisfare esigenze commerciali, che con lo spirito della vera scienza nulla hanno a che vedere.

Riguardo alla presunta sinergia fra l’azione farmacologica e psicoterapica dobbiamo anche qui evidenziarne la prospettiva clamorosamente contraddittoria: apparentemente il farmaco sembra aiutare il lavoro tranquillo del paziente, che però non è in possesso, proprio per l’azione del farmaco, di tutte le sue potenzialità analitiche e auto curative.

E non dobbiamo dimenticarne i devastanti effetti collaterali, sempre minimizzati quando non negati, che l’industria si è vista costretta ad evidenziare sempre più precisamente nelle confezioni.

Troppi sono ormai gli indizi a connettere l’“epidemia” di atti efferati che riempie i notiziari con il massiccio uso dei moderni psicofarmaci.

Il proliferare della risposta farmacologica, anche per eventi che un tempo avremmo affrontato con dignità, forza interiore e qualche tipo di aiuto basato sulla parola, sullo studio e sulla riflessione, è anche indice del sostanziale fallimento di una “scienza”, ma sarebbe meglio dire scientismo, che pretende di ridurre l’uomo a mero evento biologico.

Queste considerazioni evidenziano la sostanziale inadeguatezza della cultura scientifico-tecnologica quando pretende, di fatto, una supremazia sulla ricca, millenaria e variegata cultura umanista.

Il risultato della “modernità scientista” nel campo delle sofferenze umane interiori è una sostanziale e spesso strisciante violazione dei diritti umani.

Sacrifichiamo l’unicità della persona e il libero arbitrio sull’altare del guadagno commerciale, dell’autostima senza responsabilità e del “benessere” immediato, anche se controllato chimicamente.

Distruggiamo così ricchezze e varietà umane e culturali, prepariamo inconsapevolmente la strada a invasioni farmacologiche e di altro tipo sempre più profonde e raffinate, tali da porre più di un interrogativo sull’uomo del futuro.

Contemporaneamente alla critica e alla denuncia che certo non dobbiamo fermare, occorre finalmente dare una risposta a quanti condividono le idee umaniste appena espresse, ma lamentano una sostanziale assenza di risposte e percorsi alternativi o una loro difficile individuazione.

Molti sono i professionisti, gli istituti e le scuole non uniformate ai percorsi istituzionalizzanti, che operano da anni con successo e rispetto dell’individuo e dei suoi diritti, anche in Italia.

Le osservazioni appena espresse possono formare una piattaforma di proposta, un minimo comun denominatore che potrebbe coagulare tutte le istanze umaniste di rispetto dei diritti umani.

I principi generali utili a tracciare la strada per l’elaborazione e la presentazione alle istituzioni di percorsi alternativi ma accessibili sul territorio potrebbero prevedere il seguente ventaglio di risposte.

1. Nei momenti esiziali di disagio: aiuto e assistenza anche 24 ore su 24, se necessario, con un continuo rapporto di presenza e dialogo; una situazione in cui la contenzione forzata sia del tutto assente.

Questo fino a raggiungere una condizione in cui il soggetto sofferente riconosce di trovarsi in un luogo confortevole, sicuro e fra gente che è li solo per aiutarlo e difenderlo, anche dalle sue stesse pulsioni.

Il tutto ovviamente senza farmaci psichiatrici o con un immediato percorso medico di dismissione da tali farmaci, se assunti al momento.

2. Una completa anamnesi, regimi alimentari e cure mediche in cui non sia esclusa la medicina alternativa se opportuna e richiesta.

3. Un eventuale allontanamento, consapevole e concordato col “paziente”, da eventuali fattori ambientali e sociali che possono aver catalizzato l’insorgere e il perdurare del problema.

4. La parte più importante, che rimarca la differenza rispetto alle prassi istituzionali e uniformanti, deve aprirsi alla varietà della cultura umanista e prevedere studio, riflessione, dialogo, confessione e altro, per indirizzare la persona verso una prospettiva di conoscenza e autocoscienza.

Non dobbiamo ovviamente escludere l’approccio psicoterapico, che dovrebbe però tenere finalmente conto dell’accezione più larga del termine – psiche-logia = studio dello spirito – in cui ovviamente l’aspetto spirituale non sia escluso, se richiesto, e in linea con le scelte e la cultura della persona che si sta aiutando.


Come si può intuire, la maggior parte delle persone non avrà necessità del punto 1, molti avranno bisogno di iniziare dal punto 2, in quanto sappiamo che spesso sintomi “mentali” possono derivare da vari problemi medici, alimentari e di altra natura fisica.

Non tutti avranno necessità del punto 3, ma tutti quelli che ne sentono necessità dovrebbero approcciarsi al punto 4, magari aiutati a studiarne l’ampiezza delle risposte.

Dare valore all’individuo che soffre ed ai suoi diritti dovrebbe essere un’esigenza costituente della cultura occidentale e liberale, un principio non differibile di civiltà oggi ancor più necessario in questo mondo caotico.

Forse è questo il modo in cui riusciremo a scongiurare l’avvento di una totalizzante barbarie culturale e tecnocratica e avere un futuro ancora libero da costruire.

7 gennaio 2014

in immagine il mio libro, un programma politico ispirato ai diritti umani, in cui inserisco linee guida per mettere in pratica le idee di riforma che iniziavo ad abbozzare nel presente articolo

2 commenti su “PSICHIATRIA, ANTIPSICHIATRIA E DIRITTI UMANI”

  1. Ho letto il suo contributo, e la ringrazio.
    Sono a sottolineare che e neccessario che la condanna e la paura della malattia mentale vengano colte e denunciate.
    Non si sottovaluti i progressi scientifici per la salute e autolomia del malato.
    Si aiutino concretamente e culturalmente le famiglie
    Grazie

    1. Grazie dell’intervento. Concordo pienamente, ritengo assai deplorevole quello che viene a formarsi, chiamato anche “stigma psichiatrico”, un problema sul quale penso che la psichiatria stessa abbia grandi responsabilità.
      Concordo anche sull’aiuto alle famiglie, mentre penso di concordare meno sui presunti “progressi scientifici”: alla fin fine non vedo altro che psicofarmaci, una medicalizzazione dei problemi, del pensiero e del comportamento assai “presentabile”, scientificamente ed eticamente molto discutibile.

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