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SUGGERIMENTI PER COMUNICARE MEGLIO IL DISSENSO

massimo franceschini blog

Come comunicare efficacemente il dissenso necessario oggi?

Pubblicato anche su Attivismo.info e Sfero
Articolo pubblicato anche sulla rivista on-line APPELLO AL POPOLO nella sezione rassegna stampa, a questo link: https://appelloalpopolo.it/?p=69978

di Massimo Franceschini

Nel precedente articolo, iniziavo a porre delle questioni che un auspicabile Partito Unitario  di Liberazione Nazionale dovrebbe prendere in considerazione, anche in ordine al tema della comunicazione.

Ovviamente, lo stesso discorso varrebbe, volendo, per il nuovo Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) annunciato dal giurista Ugo Mattei in quel di Torino lo scorso 8 gennaio e una settimana dopo a Genova.

L’articolo, per certi versi chiudeva il cerchio della proposta politica nata nel novembre 2019 e proseguita con il libro nel gennaio 2020, con un’analisi della situazione attuale e di alcune questioni di primaria importanza in ordine alla comunicazione, che qualsiasi partito od organismo intenzionato ad organizzare il dissenso si troverebbe ad affrontare.

Con questo articolo vorrei iniziare a porre dei punti fermi, che possano inquadrare meglio la questione “comunicazione” da un punto di vista contenutistico: più esattamente, cosa sia necessario porre come linee guida alla base delle argomentazioni, per poter iniziare a costruire una narrazione diversa da quella del pensiero unico dominante.

Intendo quelle premesse che farebbero fare un salto di qualità alla discussione politica.

Queste premesse sarebbero caratterizzanti la “nuova politica” necessaria ai tempi che corrono, consapevole del destino cui la razza umana non sembra riuscire a sottrarsi: quello di finire in una distopia tecnocratica e transumanista.

La nuova narrazione avrebbe quindi due necessità principali: la prima sarebbe quella di fornire un’impostazione generale capace di annullare le ragioni e la presa dell’agenda globale tanto cara ai “poteri forti”, con la quale intendono portare a termine l’opera di “vampirizzazione” delle nostre morenti democrazie ed economie; la seconda necessità, sarebbe quella di dover istituire, possibilmente, “percorsi di pensiero” adatti a demolire il cosiddetto pensiero unico dominante alla base dell’accettazione di tale agenda, già troppo difficile da contrastare da un punto di vista “quantitativo”.

Come prima questione, credo si debba partire iniziando a demolire la “legittimità democratica” del pensiero unico dominante, apparentemente inclusivo e volto al “bene comune”, e degli stessi media che lo veicolano.

È certamente ovvio, che nella società tecnologicamente evoluta il sentire comune, per ogni ambito, sia sempre più “guidato” da centri di interesse che rispondono sempre meno alla politica, alle Istituzioni e alla democrazia, ma che determinano fortemente sia la politica, sia la qualità della democrazia stessa.

Ed è certamente evidente che questi centri di interesse hanno, grazie alla tecnica ed alla concentrazione di potere in relativamente poche mani, una capacità di comunicazione così capillare e permeante che qualsiasi potere del passato avrebbe potuto solo sognare.

Le persone devono capire come la narrazione del presente per ogni ambito di interesse pubblico, ma anche privato, personale e culturale, sia fortemente determinata dall’influenza pervasiva come mai dei media; devono anche sapere che questi non sono “imparziali”, dato che fanno capo alle istituzioni finanziarie private che detengono quasi tutto il pil dell’Occidente, che formano uno di quei centri di interesse prima menzionati.

Se non riusciamo ad immettere questa premessa delegittimante dei soggetti protagonisti e dei luoghi della narrazione, come i talk della politica-spettacolo, rischiamo di dover sempre rincorrere il focus deviante costruito dalle confezioni mediatiche.

Dato che il sentire dei più, la loro realtà e pensiero, sono quindi circoscritti e definiti in canoni e parametri interpretativi costruiti mediaticamente su interessi particolari, questa demolizione di legittimità, che può anche essere emotivamente dolorosa, è comunque la base su cui poter costruire un ambito di pensiero comune più libero e riflessivo.

Subito dopo i media, abbiamo i centri della cultura, le Università e le fondazioni di varia natura, di fatto controllati dagli stessi centri di potere della finanza globale.

E dopo questi la politica, condizionata dagli stessi centri di potere, finanziari ed oligarchici: quando non mettono dei loro diretti dipendenti nelle più alte sfere, come ad esempio Monti, Draghi e Macron, con il controllo dei centri della cultura e delle più disparate fondazioni riescono a selezionare, direttamente o indirettamente, gli attori della politica che noi pensiamo di eleggere liberamente e consapevolmente.

Stessa cosa per i tecnici a cui la politica si affida, in tutti i campi e in sempre più ambiti una volta appannaggio proprio della politica: il tecnicismo e lo scientismo imperanti fanno da “scenografia” culturale alle scelte di una politica ormai ridotta a mera esecutrice di determinazioni tecnocratiche progettate in altre sfere.

Eccoci così, a quella che appare necessariamente come seconda questione utile alla demolizione del pensiero unico, quella relativa allo scientismo ed al tecnicismo: figli della “separazione dei saperi”, forse la peggior caratteristica dell’era moderna, madre di molte disgrazie culturali e sociali, formano la sostanza del pensiero unico dominante che ci ha reso incapaci  di rispondere all’attacco filosofico e giuridico allo Stato di diritto, iniziato nella seconda parte del secolo scorso.

Il cittadino moderno, abbacinato dalle possibilità della tecnica, rimuove qualsiasi consapevolezza etica, giuridica e morale senza battere ciglio, in favore di un apparente “razionalismo”, che però contiene i germi dell’asservimento al transumanesimo incombente.

Ed ecco, di conseguenza, la terza questione necessaria a demolire il pensiero unico dominante, proprio quella legata alla politica: dobbiamo far capire quanto sia necessario riappropriarsi della politica, sia personalmente, sia associativamente, sia come pratica di costruzione politica capace di incidere a livello locale e nazionale, sia come concezione insostituibile di contributo alla sfera pubblica tramite le Istituzioni democratiche, da salvare e rinnovare alla partecipazione attiva e consapevole.

Questo perché il pensiero unico dominante sostiene, di fatto, un’antipolitica basata sul fideismo tecnocratico ad una “scienza” che però è solo calcolo algoritmico, giuridicamente e bioeticamente aberrante, impostato su concezioni culturalmente e metodologicamente ristrette, quando non palesemente false e politicamente deviate da interessi di controllo privati.

Dobbiamo far capire che se non riusciremo a riappropriarci della politica, per rinnovarla con i valori universali e costituzionali che solo un vero Stato di diritto può preservare e trasmettere con una vera istruzione di massa, possiamo dire addio al controllo consapevole e civile sul nostro destino e su quello dell’intero Paese.

Da padroni e controllori dei nostri interessi e dei governanti eletti, prerogative già in declino da decenni, finiremo per essere definitivamente controllati da interessi tecnocratici privati, con politiche somministrate da burocrati teleguidati con parole d’ordine funzionali alle oligarchie della tecnica e della finanza globali.

Se una forza politico-culturale unitaria non sarà capace di assumere tali compiti, nella consapevolezza dell’urgenza necessaria a bloccare i profondi processi avviati ormai da troppo tempo, non riusciremo a scongiurare il destino già scritto di sottomissione progressiva agli algoritmi della cosiddetta “intelligenza artificiale”, a cui già stiamo consegnando le nostre vite ed i nostri sogni.

25 gennaio 2022

Fonte immagine: Pixabay

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