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Lettera R 10 (ricerca): DALLA RICERCA ALLA DOMANDA

massimo franceschini blog

Il decimo contributo su questo spazio a disposizione di quanti si sentono sollecitati dalle mie “Lettera R” è di Enrico Raffo.

Pubblicato anche su Attivismo.info e Sfero

Parto da una riflessione di Camus espressa ne L’uomo in rivolta, nel quale si ricerca un equilibrio che l’uomo necessita di trovare tra sé ed il mondo: “La rivoluzione intesa come ricerca di equilibrio, azione creatrice, è una possibilità (1) data all’uomo per far emergere un senso in un mondo privo di senso”.

Oggi siamo sulla via avanzata di smarrimento del concetto di uomo e del fatto che esso ricerchi un senso.

Il concetto di uomo non dovrebbe essere difficile da definire: sostanzialmente un essere vivente dotato di corpo, cioè sensi che percepiscono sensazioni e quindi provano emozioni, di ragione ed infine di consapevolezza. Quest’ultima intesa come una “entità” che guida la nostra esperienza.

La ricerca di senso è anch’essa semplice da definire: cercare in qualche misura di fornire risposte che possano soddisfare le domande che solitamente l’uomo si pone (chi sono, da dove vengo, dove vado). (2)

Che il mondo sia privo di senso diventa una ovvia deduzione logica, in quanto un uomo che rischia di non essere più tale e che non cerca un senso per sé non può che avere come processo generativo un mondo senza senso. Senza addentrarmi in questo pensiero ritengo utile sottolineare a tal proposito che il lavoro (intellettuale e dello spirito) si possa considerare efficace anche senza raggiungere il fine, cioè trovare il senso; la sua incessante ricerca consiste già in sé un senso (3).

Ora, tralasciando le premesse, è chiaro che nessun uomo dotato di una minima intelligenza, di una minima capacità di riflessione, di un minimo contenitore etico, accetterebbe mai di vivere la propria e l’altrui vita (di chi lo ha preceduto e di chi gli succederà) in un mondo senza senso senza cercare con tutte le sue forze, capacità, energie di conferirgliene uno.

E qui accenno ad un’altra considerazione. La vita del singolo non si può considerare solo all’interno di se stesso, ma va considerata all’interno di molteplici relazioni; quindi non esisto solo io, ma esisto io in quanto esitiamo noi, l’io è tale quando entra in relazione (4).

Questa ultima considerazione introduce il tema centrale della lettera: perché non ci rivoltiamo? (5)

Ora l’inizio storico che ci ha condotto a questo stato di cose, si può temporalmente situare intorno alla seconda metà dell’800 ed alla rivoluzione industriale.

Molti eminenti pensatori, già un secolo fa avevano teorizzato e preconizzato la strada che sarebbe stata tracciata nel corso dei decenni precedenti. Uno tra tutti, Weber, in due celebri conferenze, La scienza come professione (1917) e La politica come professione (1919), aveva già intuito e preconizzato come la tecnica, guidata dall’economia tramite il controllo sulla scienza, senza la potenza della politica e del suo implicito “umanistico” potere, avrebbe fatto sprofondare l’uomo da un essere dotato di corpo e spirito, nonché etica e morale, ad altro da ciò.

Si badi bene, qui non si vuole creare artatamente una divisione o peggio una antinomia tra cultura umanista e cultura scientifica, in quanto l’uomo consiste nella fusione tra le due essendo esso stesso un tutto. Semmai l’antinomia nasce tra cultura umanista e cultura scientista, e questa andrebbe sempre ben denunciata. Semplicemente, mentre la scienza è per sua natura a-valoriale e l’uomo invece (almeno questo uomo) possiede un’etica ed una morale, va da sé che solo una politica etica e valoriale possa “guidare” la scienza affinché sia al servizio dell’uomo e non verta alla sua trasformazione o distruzione.

Non molto tempo dopo Heidegger ribadì il concetto (anch’esso inascoltato): “Tutto funziona. Ma proprio questo è l’elemento inquietante: che tutto funzioni e che il funzionare spinga sempre avanti verso un ulteriore funzionare, e che la tecnica strappi e sradichi sempre di più l’uomo dalla terra. Lo sradicamento dell’uomo è già in atto. Ormai abbiamo solo rapporti puramente tecnici. Non è più la Terra quella su cui oggi vive l’uomo”.

Ai giorni nostri il concetto non è cambiato. (6)

Andando avanti nei decenni, illustri pensatori, due per tutti Severino e Pasolini, hanno sia ribadito i concetti precedentemente espressi, sia ricercato con assoluta efficacia le cause socio-economiche che via via sarebbero andate ad amplificare temporalmente e qualitativamente quello che oggi appare un disastro dal quale quasi nessuno sa più come uscirne vivo (7).

Ciò detto è sotto gli occhi di ciascun essere pensante che non siamo arrivati a questo stato di “smarrimento” stante avvenimenti di per sé significativi, ma in quest’ottica marginali (vedi pandemia). Questi avvenimenti si possono considerare provocate o fortuite occasioni utili per rallentare o velocizzare un processo: un processo compreso, scritto, denunciato, spiegato, illustrato, dimostrato. Un processo che ha visto la quasi totalità degli uomini osservare dormienti, da lontano, il perpetrarsi ed il consolidarsi  di quelle dinamiche precedentemente evidenziate come se tale processo non incrociasse le loro vite presenti e future, come se non determinasse primariamente il futuro dei propri figli e nipoti, come se non influisse direttamente sulla propria vita. Abbiamo osservato la storia come si guarda un film contenente scene forti, uscendo dal quale si dice: si vabbè ma era un film. Ciò che è accaduto non era, non è e non sarà un film.

Ciò che è accaduto, che accade e che accadrà, se l’uomo non interverrà presto, subito, con estrema determinazione, è già scritto. Conoscere da chi è stato scritto questo “film”, ammesso e non concesso che non ci piaccia, è veramente poco utile ed interessante. Diciamo che qualcuno, forte di un potere di cui impropriamente si è appropriato ha gestito eventi “naturali” con un fine del tutto opposto al desiderio di creare un ben-essere per l’uomo.

Questo è a mio modestissimo modo di pensare e quindi di vedere lo stato passato, presente e futuro della storia. In breve ed in maniera del tutto elementare, questa la mia sintesi sullo stato dell’arte.

E allora questa lettera che inizia con la R, “R come ricerca” la termino con la lettera D, “D come domanda”.

Una domanda che rivolgo in primis a me stesso ma che, con la stessa profondità ribalto su ciascuno che avrà la pazienza di leggere questa “lettera”: “Se ciò scritto è anche solo in parte condiviso, perché non mi rivolto? Perché non vi rivoltate? Perché non ci rivoltiamo?”

Vi lascio sperando di non avervi annoiato o peggio fatto perdere tempo e mi auguro che non tanto le mie parole, ma le citazioni in questo scritto contenute possano essere oggetto di profondi e fecondi approfondimenti: vi saluto con questa riflessione: “Il mondo è quel disastro che vediamo e viviamo non perché c’è chi fa il male ma perché c’è chi sa e non fa nulla”(8).

(1) Albert Camus sostiene l’unica, io sostengo una delle possibili.
(2) “Mi occupo di questo mistero perché voglio essere un uomo”. Fedor Dostoevskij. “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Dante Alighieri.
(3) Il domandare e l’interrogare sono la pietas del pensiero. Martin Heiddeger.
(4) La comunità viene prima di ogni cosa. Prima dei singoli, prima delle famiglie. E l’uomo è per natura un “animale sociale”. Chi si illude di poter vivere al di fuori di una comunità, o è al di sopra o è al di sotto dell’uomo. O è una bestia o è un Dio. Aristotele.
(5) Mi rivolto, dunque siamo, gli uomini si battono per diminuire il dolore del mondo. Cominciare a pensare è cominciare a rivoltarsi. Albert Camus.
(6) Non sono affatto contrario alla tecnica ed alla tecnologia, penso solo che quella che stiamo sviluppando oggi sia estremamente tossica. Bernard Stiegler.
(7) “Si incomincia a prestare attenzione all’abissale impotenza della civiltà della potenza. Si incomincia a scoprire la malattia mortale. Ma chi se ne preoccupa? L’occidente è una nave che affonda, dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione, e dove, quindi, non si vuol discutere che di problemi immediati, e si riconosce un senso ai problemi solo se già si intravvedono le specifiche tecniche risolutorie. Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?” 1972, Emanuele Severino. “Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso… Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come”. Pier Paolo Pasolini.
(8) Albert Einstein.

Entico Raffo
4 marzo 2023
fonte immagine: Flickr, PxHere

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In italiano, la lettera R è unica nel pretendere vibrazione, speciale perizia, anche nel costruire soluzione alternativa in chi non trova la sua strada.
Lettera R quindi come riflessione, rivelazione, ricerca, risposta, residuale, recondito, rutilante, ruzzante, rischioso, repentino, rognoso, rovente, recupero, rarità, rapimento, ristoro, ritorno, raffinatezza, rigore, ricognizione, racconto, rappresentazione, ragione, religione, rettitudine, recalcitrare, resistenza, renitenza, reciprocità, riconoscimento, rispetto, rinuncia, rapporto, redivivo, ravvedimento, responsabilità.
Massimo Franceschini

8 commenti su “Lettera R 10 (ricerca): DALLA RICERCA ALLA DOMANDA”

  1. Grazie Enrico del tuo contributo che dimostra una ricerca metodica, prolifica e vissuta, cosa di cui non potevo certo dubitare, visto che ci conosciamo, per certi versi un ottimo “bignamino” del pensiero laico. Se posso permettermi, ovviamente in maniera umile di fronte a cotanti autori, credo che occorra ormai definire chiaramente il fatto che alcuni presupposti di tali pensatori, per quanto razionali, comprensibili e coerenti al loro percorso, debbano essere discussi, integrati e/o superati, proprio per approfondire ancor più questa ricerca di equilibrio, a partire dal concetto che il mondo possa essere “privo di senso”: tale concetto sta, a ben vedere, alla base del fatto che si possa smarrire il fatto stesso che l’uomo sia alla ricerca di tale senso e, addirittura, dello stesso “smarrimento del concetto di uomo”. Per raggiungere un equilibrio “più alto”, credo occorra introdurre filosofie, concetti e autori anche non necessariamente laici.

    1. Grazie del commento, io ho cercato per come è nelle mie possibilità di fornire alcune opportunità che rendano perseguibile un approfondimento del terreno tracciato
      Così come reputo quanto mai necessaria un’unificazione tra filosofia e scienza nel contempo credo che una unione, pur nella loro specificità tra pensiero laico e pensiero religioso non possa che apportare contributi fondamentalo all’inevitabile ricerca di senso, di se e del mondo all’interno del quale il se vive.

  2. La tecnica sta amplificando il concetto di assurdo che aveva così ben espresso Camus. Ma questa esasperazione potrebbe portare a una rottura violenta e a un ritorno di senso profondo nell’uomo. Articolo molto interessante.

    1. Il problema non credo risieda nella tecnica in se. La tecnica è il frutto della evoluzione della scienza che inevitabilmente produce tecnica quindi tecnologia: questo è un processo che non può essere fermato. Il problema è riconducibile sinteticamente in tre aree:
      L’assoluta mancanza di controllo da parte della politica;
      La sua velocizzazione che la rende parzialmente incompatibile con l’evoluzione umana;
      Il parziale controllo della scienza da parte dell’economia e della finanza.
      Io temo che la tecnica abbia già interagito e stia pesantemente interagendo sui nostri “sistemi di pensiero” spegnendoli in parte o modificandoli in altrettanta parte. Intendo dire che non vedo a breve rottura profonda e tanto meno ritorno di senso profondo dell’uomo. Sarei un uomo felice se la realtà prossima mi desse profondamente torto.

  3. Ciao Paolo, certo, per molti è così, stanno capendo e “riprendendosi”, ma evitare il peggior”destino” tecnocratico richiederà un insieme di consapevolezza organizzata in sagacia politica ad un livello di intelligenza tale che oggi appare purtroppo assai “fantasioso”.

  4. Grazie Enrico per il tuo contributo che fa venire voglia di andare a leggere o a rileggere tante buone pagine che racchiudono pensieri autentici.
    Concordo con te che la domanda è il punto di partenza, una domanda legittima, che non presuppone una risposta precostituita. Il domandare di chi non sa e ha bisogno che l’altro gli fornisca una risposta, la sua, esito della fatica del pensiero, del mettersi in gioco realmente; i primi passi verso la ricostruzione di un senso comune.

  5. Grazie Chiara.
    Non costruisco una relazione stretta tra senso dell’uomo e senso del mondo. Credo però vi sia una dimensione “privata” e una dimensione “pubblica” che pur correndo su binari diversi si incontrino e si incrocino e, in parte, concorrano a determinare l’essere del se e l’essere del mondo. Oggi non vedo particolari tensioni autentiche ne nell’uno ne tanto meno dell’altro.
    Se tempo fa ero molto perplesso sul pensiero che Agamben propugnava oggi sono molto più in sintonia con la sua critica totale (la nostra società ha vomitato se stessa) e la sua via d’uscita consistente in una fuga da questa società. Comprendo che fuggire sia sempre una sconfitta ma non comprendere che questo sistema ci stia tritando velocemete e meglio di un tritacarne è un’altrettanta sconfitta nei confronti di se stessi. Terzium datur?

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