Lettera R 11 (responsabilità): BRACI

massimo franceschini blog

Siamo all’undicesimo contributo su questo spazio a disposizione di quanti si sentono sollecitati dalle mie “Lettera R”. Stavolta l’autore è Guido Massone.

Pubblicato anche su Sfero

A cosa si riferisse Ivano Fossati cantando “bella, non ho mica vent’anni, ne ho molti di meno, e questo vuole dire, capirai: responsabilità” non è dato sapere, ma l’aspetto paradossale del testo suscita curiosità nel presagire cambi di paradigma riguardo allo scontato e cronologico passaggio ereditario del testimone da più vecchie a più nuove generazioni.

Siamo portati, come educatori, genitori o semplicemente persone adulte, a richiamare un senso di responsabilità che sia connesso al prendere seriamente ciò che si sta facendo (studi, in primis), alla presa in carico dei propri progetti di vita, all’ottenimento di risultati al prezzo di una sana e costruttiva fatica, spesso all’insegna del dovere.

Quasi mai ci riferiamo all’essere protagonisti delle vicende del mondo; quello è affar nostro, dall’alto delle nostre competenze, status sociale, esperienze, reddito.

D’altra parte, invocare, da parte di una generazione che tra gli anni ‘70 e ‘80 ha vissuto la sua stagione di libertà e spregiudicatezza, mano a mano perdendola senza neppure accorgersene, a una maggiore responsabilità sociale dei giovani, che dal nostro punto di vista assumerebbe le forme dell’impegno, può veramente sembrare un azzardo.

Figli del benessere, coatti del suo continuo accrescimento, indotti a ripetuti consumi e rinnovi, in una logica di “miglioramento continuo”, abbiamo vissuto senza scossoni, come portati dalla corrente, senza esserci dati la possibilità di riflettere sulla presenza di un limite e senza avere percepito il momento in cui la curva si è invertita.

Abbiamo passato una vita senza capire e adesso siamo in ritardo su tutto, pensando anche di essere in grado di indicare ad altri una via. Portiamo sulle nostre spalle storia, cultura(?), esperienza, saldi riferimenti del passato: basi sulle quali non siamo riusciti a costruire che modelli di società uniformanti e mortificanti e poco vale la distinzione tra dittature mascherate da socialismi e obnubilazioni di massa mascherate dallo sviluppo delle individualità. I tentativi di manipolazione delle masse sono sempre stati effettuati, con mezzi diversi, potenti coercitivi, in regimi di destra, centro, sinistra, non collocati.

Come potremmo quindi, artefici di tale benessere, essere da guida per un tentativo di cambiamento?

A quale responsabilità potremmo quindi chiamare i giovani, dal basso del nostro esempio?

Stanti questi dilemmi morali portati come fardello e che di fatto conducono dritto dritto a un’immobile impotenza o a uno sterile movimentismo “sul posto”, è invece possibile che siamo stati ancora una volta superati dal fluire inesorabile del tempo.

Visto da un lato sicuramente più fatalistico (termine che poco piace a chi si occupa di politica), l’orologio della vita gioca però a nostro favore, perché ci toglie da un imbarazzo: quando è il momento, con i loro tempi, i giovani la responsabilità se la prendono, se la attribuiscono; ora come non mai sono portati ad affrancarsi dai modelli del passato, senza dover chiedere o aspettare che qualcuno indichi loro una via.

La loro distanza generazionale non è più frutto di una violenta dialettica edipica, attraverso la quale riconoscere la presenza di un modello altro, per poi abbatterlo, superarlo e infine riconsiderarlo tramite un processo portato naturalmente a una sintesi finale.

Siamo poi portati a pensare che, dati i cambiamenti eccezionali che stanno avvenendo e che parte di noi considera irreversibili, finirà un’epoca (l’epoca dell’uomo come lo abbiamo conosciuto finora) e nessun’altra generazione sarà in grado di cambiare le carte in tavola, in quanto totalmente annichilita, trasformata e in aggiunta, senza memoria, quindi senza richiami a modelli alternativi. Lo trovo sbagliato; la storia corre e purtroppo “non siamo noi”, anche se lo vorremmo, e i suoi meccanismi interpretativi cambiano con essa.

Se c’è una speranza di cambiare (in meglio) il mondo, appartiene a loro, ai ragazzi di adesso, a quelli non ancora nati. C’è chi sostiene che non avranno categorie, neuroni, circuiti per elaborare qualcosa di diverso dal “pensiero unico”; io non penso che sia così. Cartina al tornasole sarà il loro coinvolgimento; se non ci saranno, vorrà dire che avremo sbagliato, vorrà dire che rimarremo noi con le nostre riunioni di reduci.

I giovani sembrano addormentati perché non agiscono secondo categorie a noi note, sembrano non riflettere perché non leggono più libri, sembrano disinteressarsi del prossimo perché troppo narcisisticamente occupati. Effetto del nostro lascito? Possibile. Possibile che, avendo lasciato tale eredità, ci pensiamo ancora come “sine qua non”, come ultima possibilità per fermare un treno in corsa? Noi, stanchi, cinici, battuti, marginali? Soltanto perché quando ci si è ritrovati in piazza “come ai buoni e vecchi tempi”, si è sentita “l’energia dei giorni buoni”?

Possibile invece che la cenere covi ancora e si manifesterà con meccanismi a noi non noti e sui quali non abbiamo alcuna possibilità di intervenire.

Consci del fatto che la nostra “generazione ha perso”, possiamo soltanto metterci a disposizione e, se chiamati, affiancare; dovremmo sapere aspettare, perché non è e non sarà nostro compito condurre o guidare cambi di prospettiva.

Indubbiamente e tristemente, la responsabilità di quanto sta avvenendo rimane a noi, non la responsabilità di riparare a ciò.

Rassegniamoci alla nostra naturale e anagrafica impotenza e stiamo vicino alle nuove generazioni; qualcosa passa sempre e a volte è decisivo. A volte “il vento soffia ancora”.

Guido Massone
8 marzo 2023

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Massimo Franceschini

5 Replies to “Lettera R 11 (responsabilità): BRACI”

  1. Ciao Guido, grazie del tuo prezioso contributo, per certi versi in linea con quanto scrivo da un punto di vista critico in “Siamo la generazione più sfigata e inetta della storia”, soprattutto quando avverti la mancanza che abbiamo avuto nel non aver “percepito il momento in cui la curva si è invertita”. Anche sulla fotografia che ci ritrae “stanchi, cinici, battuti, marginali” credo ci sia poco da dire, mentre riguardo ai giovani non riesco ad avere la tua prospettiva, che spero assolutamente sia più corretta di ciò che sento oggi. Grazie ancora.

  2. Grazie Guido per l’occasione di una ulteriore riflessione.
    Due soli pensieri.
    Il primo verte a sottolineare che se si ha contezza e si è capaci di assumersene le debite responsabilità, cosa che tu indichi nella prima parte, è difficile sostenere da un punto di vista logico, che non si possa fare nulla. Inoltre, se si prova dolore, a maggior ragione, vi è un sentimento che supera la ragione prima espressa dinnanzi al quale non è umanamente ed eticamente possibile non “provare”.
    Il secondo verte a portare la riflessione sulla possiilità che avrà chi verrà di poter cambiare.
    Prendo a spunto la pandemia: non ci ha insegnato nulla il fatto che quando “racconti” male un evento facendo leva su dinamiche profonde, non controllabili dalla sola ragione questo stesso evento diventa non diversamente raccontabile? Ebbene, questo modello sta sottraendo alla nostra stessa vita la possibilità di definirsi tale. Come potrà una non vita richiamarsi alla vita? Tre piccole argomentazioni (riguardo la “sottrazione della vita”) espresse in modo molto molto sintetico sulle quali si potrà poi ulteriormente riflettere:
    -eliminazione della morte come parte della vita con tutto ciò che esso implica;
    -eliminazione dall’io del noi con riduzione della comunità all’individualità;
    -eliminazione del pensiero come sintesi sentimento-ragione.
    In tale situazione scomodo Gramsci:
    “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
    Ovviamente non vorrei avere ragione, anzi vorrei fortemente l’avessi tu ma qui mi sovviene nuovamente Gramsci:
    “Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà”.
    Quest’ultimo pensiero crea un ponte, una finestra e, si confida, abbatta i muri.

    1. Temo che l’ottimismo possa solamente essere rivolto a eventi, momenti, persone che ad oggi non conosciamo, ma verso i quali potremmo metterci in ascolto con maggiore apertura e fiducia. Il vecchio mondo non sta morendo, è morto definitivamente, e risulta difficile tentare di ricostruire su fondamenta che non hanno più concreto valore, o perché sconosciute o perché misconosciute o perché invocate a sproposito. Un esempio? La Costituzione. Con ciò non voglio dire che la nostra amata carta non abbia più valore, bensì sostenere che i tentativi di “riavvolgere il nastro” per tornare a quelle basi che ci stanno a cuore sono destinati al fallimento. Di parole nuove, gente nuova, idee nuove, meccanismi nuovi abbiamo bisogno, per riformulare in un “mondo nuovo” e in un “modo nuovo” quei principi essenziali di convivenza che oggi sono in profonda crisi. E allora, la prospettiva cui tendo mi sembra l’unica possibile, ancorché remota.

      1. Grazie a Guido e a chi ha commentato la sua parola “responsabilità” per gli spunti e le riflessioni.
        Certamente mi sento sulle spalle il peso della responsabilità di non aver saputo essere guida giusto appunto “responsabile” per le generazioni successive alla mia, per aver sonnecchiato mentre bisognava tenere gli occhi ben aperti, ma proprio per questo mi è difficile pensare che da questa generazione venga la giusta risposta e proposta per affrontare il mondo nuovo che li aspetta.
        Un mondo che ha uniformato e tolto identità soprattutto a questa ultima generazione che cerca risposte in un mondo virtuale a quelle che per tutti sono state e sono le domande fondamentali.
        Non ho purtroppo la tua fiducia Guido, ho molta paura, questo sì per il mondo nuovo che verrà.
        E allora l’unica responsabilità che sento ancora e a cui non voglio sottrarmi è quella di continuare ad affermare e a difendere diritti fondamentali e universali che devono continuare ad essere validi.
        Tutto questo cercando di farlo insieme a chi sta costruendo il suo futuro perché (per seguire la vena cantautoriale) a differenza di quanto tu affermi “la storia siamo noi, siamo noi padri e figli” e concludo “nessuno si senta escluso”.

      2. Ma, che dire. Il momento è grave, gravissimo e soprattutto inedito perchè per la prima volta assistiano, volontario o meno che sia, ad un attacco alla vita. Per attacco alla vita intendo un attacco non tanto ai suoi bisogni primari (cibo, lavoro, salute) bensì a se stessa intesa come forma unica ed irripetibile. Ora il problema è: sarà in grado chi verrà di “ripristinare” un uomo come noi l’abbiamo conosciuto? Avrà ancora un DNA “pulito” o sarà stato intaccato, sporcato, inquinato da “componenti genetiche” che ne hanno in qualche misura modificato strutturalmente il suo essere uomo? Io non so rispondere a queste domande. Nel contempo, se guardo “il nuovo” non provo emozioni circa la possibilità che lo stesso sia generatore di cambiamento. Anzi intravvedo nel nuovo già quella modificazione del DNA che non lascia sereni. Il mio pensiero in sintesi è questo: noi non abbiamo lottato perchè non abbiamo voluto, essi non lotteranno perchè non potranno. Le responsabilità che ricadranno sulle nostre spalle saranno incommensurabilmente maggiori di quelle che accompagneranno la loro vita. Il problema è che a nessuno gliene frega più niente e, come diceva qualcuno (forse io) di cui non ricordo il nome: morituri et rident.

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