QUEER: QUANDO LA STRAVAGANZA SI FA CONCENTRICA AL POTERE

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Ridisegnare l’uomo, la sua cultura e la sua storia sono le stravaganze sessualmente insostenibili su cui poggerà la tecno-distopia in formazione.

Di Massimo Franceschini

 

Pubblicato anche su Attivismo.info, Sfero, Ovidio Network

Il volume Queer, storia culturale della comunità LGBT+ di Maya De Leo, si rivela da subito come una “meravigliosa” e approfondita ricerca storica, assai ben documentata di fonti, fatti, notizie e idee, tesa a stravolgere o a non tenere conto della moderna evoluzione della cultura, della politica e del diritto: credo infatti che tale evoluzione, se onestamente assunta dalla società civile e dalle sue Istituzioni, impedisca la discriminazione di qualsiasi comportamento in materia sessuale e relazionale che non violi ben precise leggi e/o diritti inalienabili dell’uomo.

Qualsiasi discriminazione quindi, in ultima analisi, sarebbe una questione culturale e politica, da imputare alla non conoscenza, comprensione e accettazione di tali progressi.

In cosa consisterebbe quindi lo stravolgimento del libro e la non considerazione di tali evoluzioni?

Credo lo si possa comprendere solo osservando come  il volume in oggetto vada ben oltre la denuncia di precise discriminazioni, prestandosi nientemeno che all’opera di riscrittura delle caratteristiche della stessa specie umana, fino a ieri, checché ne dica l’autrice, riconosciuta pacificamente e univocamente come suddivisa biologicamente e per fini riproduttivi in due sessi complementari, maschile e femminile.

Due sessi che l’evoluzione sociale, culturale e giuridica suddetta avrebbe già posto da un pezzo, sostanzialmente, in un piano di perfetta parità sotto ogni punto di vista.

Se questa parità è stata ed è ancora, a volte, solo potenziale, sarebbe da denunciare tale situazione, indagando cosa impedisca di tradurre la potenzialità culturale, giuridica e politica raggiunta in una matura realtà civile.

Purtroppo, l’esigenza di riscrivere la realtà stessa è evidentemente maggiore, nel solco dei dettami dell’ideologia gender/LGBT+.

Tale operazione, non può quindi essere definita in altro modo se non “ideologica”, mostruosamente uguale e contraria a tutte le forzature e le violazioni di diritti umani in ambito sessuale e comportamentale, certamente verificatesi nel corso della storia, che però avrebbero – il condizionale è comunque obbligato in questioni umane – trovato soluzione nelle evoluzioni di cui prima, con i 30 diritti umani a rappresentarne certamente uno degli apici più limpidi.

Basta leggere la prima parte del secondo articolo della Dichiarazione Universale per rendercene immediatamente conto:

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.

Notiamo subito, per favore: nei diritti umani non si parla di “genere”, termine spersonalizzante che riporta a suddivisioni appunto generiche fra “oggetti” e “caratteristiche”, ma di sesso, quello appunto degli esseri umani, esseri anche e certamente biologici, sessuati.

Il vuoto politico lasciato dalle violazioni/non attuazioni dei diritti dell’uomo, vuoto da intendersi come area che poteva essere colmata da una volontà politica “attuativa” di tali principi, ha così lasciato lo spazio ad una particolare ideologia tesa proprio ad “allargare” impropriamente i diritti umani stessi, anche mistificando e sovvertendo la realtà fisica della nostra specie, giocando a piacimento con biologia, usi, costumi, leggi, diritti e doveri.

A ben vedere, tale ideologia si presta in maniera fantastica al mondo che si sta costruendo, in cui un’umanità oppressa dall’algoritmo, ma “sollevata” dal lavoro, “transizionerà” in direzione di quel transumanesimo con il quale, a forza di parlarne, stiamo pian piano prendendo confidenza.

Nonostante l’“ideologia gender” goda di un appoggio culturale “progressista”, di fatto comprendente anche molti cosiddetti “conservatori”, appoggio oltretutto ben servito dal mondo mediatico, culturale e artistico “che conta”, l’autrice riesce a scrivere quanto segue nella prima pagina del primo capitolo: «[…] la condanna morale delle sessualità e delle identità queer persiste, e la repressione sembra farsi, per certi versi, più zelante, pungolata da una serie di preoccupazioni di carattere sociale, medico e politico. L’età contemporanea, in altre parole, è caratterizzata da un severo disciplinamento delle condotte sessuali che ha tratti propri, originali e innovativi».

Quindi l’autrice parte con l’analisi storica delle politiche, delle teorie e delle descrizioni riguardanti l’ambito sessuale, partendo dal XVIII secolo, dove nel paragrafo intitolato Corpi, sessi, generi: la fortuna del dimorfismo sessuale – come se l’osservazione che i sessi sono solo due sia questione discutibile e il “dimorfismo” una concezione strampalata, per niente oggettiva, ma costruita a tavolino –, tenta di dare una connotazione esclusivamente politica e moralizzatrice alla considerazione del corpo umano e delle sue differenziazioni sessuali, come se la fisiologia non possa dire nulla di oggettivo in tali ambiti.

L’autrice sembra voler ridurre tutto, sostanzialmente, a questioni di potere, di rapporti di forza, di visioni cangianti nel corso della storia e delle convenienze, a impeti moraleggianti e variamente discriminatori, aprendo di fatto la finestra di Overton verso la completa disgiunzione del sesso dall’amore e dalla procreazione, iniziata brillantemente, a livello di massa, nel secolo scorso.

Da qui il salto è stato assai breve, dato che si è arrivati alla pretesa di poter ridisegnare il quadro psico-biologico della persona che non dovesse sentirsi “a suo agio” con il suo sesso naturale, una pretesa questa del tutto ideologica, dato che il sesso è una caratteristica in primis genetica, immutabile.

La declinazione ideologica dell’autrice le permette così di lamentarsi di alcuni testi inglesi del ‘700: «[…] libri di fisiologia e medicina, sempre più fortemente incentrati sul tema della procreazione: si tratta infatti di testi che disegnano un “folklore sessuale” non tanto orientato a fare del buon sesso quanto piuttosto a fare molti figli. La larga diffusione di testi di questo tipo, che dedicano inoltre ampio spazio all’allattamento e alla puericultura, suggerisce anche una perdita di potere decisionale delle donne nel negoziare il numero dei propri figli. […] La gravidanza, fino a quel momento sostanzialmente ignorata dal dibattito medico, diviene oggetto di monografie e manuali […] l’idealizzazione della maternità riporta le donne al loro compito di nutrici. Adesso, per le donne, senza più distinzione di classe, la riproduzione non solo coincide con l’obiettivo dei rapporti sessuali ma esaurisce l’intero orizzonte esistenziale. La medesima saldatura tra genere femminile e maternità viene ribadita negli stessi anni anche nel dibattito pubblico francese, che di lì a poco avrebbe disegnato le architetture istituzionali della contemporaneità […] facendo appello alla “naturalità” della missione riproduttiva per le donne, che ne circoscrive inevitabilmente il raggio d’azione alla domesticità. […] Da ciò consegue la necessità di un rigido controllo sulle condotte sessuali femminili».

Non intendo certo nascondere o negare che sesso e natalità possano essere, siano stati e siano terreni su cui la politica e la morale comune hanno compiuto e possano rischiare di compiere vari tipi di forzature, ma:

a: se alla fotografia dell’autrice opponiamo l’istantanea di oggi in cui la natalità è messa seriamente in crisi da politiche finanziarie ed economiciste false e impoverenti;

b: se a questo aggiungiamo la dilagante sessualizzazione dell’esistenza con relativo proliferare di pornografia, pedofilia, pretese di insegnamenti sessuali che scavalcano la famiglia e indirizzano le esperienze di vita verso un edonismo liquido, totalmente avulso dall’amore e dalla prosecuzione della specie;

c: se consideriamo che la natalità è evidentemente “sconsigliata” e soggetta a protocolli di laboratorio di vario genere, anche per l’aumento di sterilità giovanile, sulla quale occorrerebbe aprire una seria riflessione;

d; se osserviamo come la stessa natalità sia sempre più veicolata verso un commercio disumanizzante fra acquirente e madri-produttrici, in attesa degli uteri artificiali dai quali riprogrammeremo tutto;

e: se a questo aggiungiamo la tendenza a riscrivere la pedofilia stessa come “orientamento sessuale”, propagandando la nuova ideologia parascientifica della sessualizzazione dei bambini sin dai primissimi anni con relativi, presunti, diritti sessuali;

f: se non vediamo la violenza e l’avventatezza nella pretesa transumanizzante;

g: se a questo quadro aggiungiamo l’evidente cultura di svalutazione e criminalizzazione del “maschio” e della famiglia “naturale”, sorvolando che in pubblico e nei talk della politica-spettacolo alle donne è permesso rivolgersi agli uomini con un “voi maschi”, mentre se un uomo dicesse “voi femmine” si solleverebbe un coro di insulti sdegnosi da tanta “brutalità” e “arretratezza”.

Mi fermo qui, anche se potrei continuare, ma “solo” da questi sette punti dovremmo capire come la nostra epoca abbia da un pezzo superato un equilibrio che in questo campo era quanto mai auspicabile, oltre che possibile.

Quanto poi alla riscrittura biologica e culturale dell’uomo, caratteristica del movimento queer/transgender, occorre fare i conti con questo lungo estratto, sempre dal capitolo uno:

«[…] l’individuazione di una netta contrapposizione fra maschile e femminile, ancorata alle diverse complessioni fisiche, è una novità tutta settecentesca. È infatti proprio in questi anni che si afferma il rigido binarismo attraverso il quale percepiamo ancora oggi le differenze di genere, che riconosciamo come incontrovertibilmente ed esclusivamente riconducibili alle categorie del femminile e del maschile. Sebbene tendiamo a percepire tali categorie come diretta emanazione di una realtà biologica, la biologia afferma al contrario che esse siano piuttosto frutto di una esigenza sociale, e che abbiano, per così dire, un mero valore pratico, utile cioè solo a indicare le configurazioni più tipiche dei corpi selezionandone un determinato insieme di caratteristiche, ma che tali caratteristiche non siano affatto sufficienti a esaurire la loro complessità. Certo, esistono differenze anatomiche tra i corpi, ma i corpi differiscono in molti modi da un punto di vista fisiologico, senza contare che combinazioni atipiche di geni, genitali e livelli ormonali vengono completamente ignorate nell’ascrizione ai generi. In altre parole: “Etichettare qualcuno come maschio o femmina è una decisione sociale. Possiamo utilizzare la conoscenza scientifica nell’aiutarci nella decisione, ma solo le nostre credenze sul genere – e non la scienza – possono definire il sesso. Senza contare che, inoltre, le nostre credenze sul genere influenzano la conoscenza che gli scienziati producono sul sesso (A. FAUSTO-STERLING, Sexing the Body. Gender Politics and the Construction of Sexuality, Basic Books, NY 2000 p. 3)”. Per quanto possa apparire contro intuitivo, dunque, la classificazione binaria degli individui in maschi e femmine non costituisce affatto un risultato di ricerche condotte in laboratorio, ma si rivela piuttosto come un rituale sociale, una risposta a questioni pratiche inerenti all’organizzazione sociale, che richiedono di essere indagate storicamente. Il binarismo di genere, in questa prospettiva, può essere visto come un prodotto culturale della contemporaneità, che riorganizza le conoscenze scientifiche acquisite nel XVIII secolo in materia di sessualità e riproduzione in un nuovo sistema di genere all’insegna dell’aut/aut: maschile e femminile, anzi maschile o femminile. Vediamo come. Ovviamente, maschile e femminile sono categorie che precedono il XVIII secolo; tuttavia, nel passaggio dall’Ancien Régime alla contemporaneità (certo non da un giorno all’altro, ma in un continuum che si prepara nel secolo precedente e si struttura in quello successivo), avviene una radicale trasformazione nella concezione del genere. La concezione predominante fin dall’età classica, infatti, immaginava le categorie di maschio e femmina sostanzialmente come gradazioni diverse di un unico sesso. Nello specifico, le gradazioni erano definite dalla quantità di “calore vitale” necessaria a “cuocere”, cioè a produrre, il seme. A causa della minore quantità di calore, le donne si trovavano a svolgere le funzioni di gestazione e allattamento, ritenute meramente ricettive e segno della loro inferiorità. In questo quadro “a un solo sesso”, il sesso unico è infatti quello maschile e le sue gradazioni “a minor grado di perfezione” individuano i ragazzi adolescenti, le persone intersex (persone che presentano caratteristiche cromosomiche, ormonali e morfologiche che non consentono di identificarle univocamente come appartenenti al genere maschile e femminile seguendo gli standard correnti della classificazione) e le donne».

Come possiamo ben vedere, grande è l’impegno per cercare di sovvertire anche la semplice verità che da un punto di vista biologico-riproduttivo l’umanità sia composta, al pari quindi con la gran parte degli animali, da due sessi necessari e complementari e che le varianti genetiche o apparentemente “intersex”, non possono pretendere di costituire una base statistica in grado di ridisegnare il tanto biasimato “binarismo”, in effetti un sostantivo che sembra fatto apposta per essere deprecato.

Il fatto che la naturale divisione nei due sessi abbia dato adito a varie concezioni e risultanze culturali, psicologiche e sociali, il fatto che l’uomo abbia organizzato la sua sopravvivenza come specie “anche” intorno a questa sua macro-differenziazione – al netto delle forzature culturali, di potere e di altro segno, comunque virtualmente sanate dalla cultura e dal diritto moderni con i diritti dell’uomo –, indica a mio parere soltanto una cosa: come ogni altra specie vivente, ai fini della sopravvivenza, anche l’uomo ha bisogno di un “ordine” sul mondo e di organizzazione in quanto specie.

Ordine e organizzazione che si sono sviluppate nel corso della storia, certo non sempre in modo auspicabile, ma che ha comunque portato alle evoluzioni culturali e civili sintetizzate nei diritti umani.

Il vero punto, è che qualsiasi visione e costruzione sociale non può comunque evadere totalmente dalla diversa e “binaria” macro divisione dei corpi biologici, a meno di non voler giungere, come purtroppo appare del tutto probabile allo stato attuale della storia, ad una completa “revisione” e sottomissione dell’umanità alla tecnica.

Cercare di dare un’accezione esclusivamente negativa, “politica” e a-fattuale alla semplice osservazione delle differenze fisiche fra uomini e donne, finalizzate alla riproduzione e alla prosecuzione della specie, sembra tanto un’esigenza di caotica libertà spacciata per progresso “evolutivo”.

Un desiderio “malsano” che ci darà la peggior gabbia intellettuale e sociale in cui circoscrivere l’umanità intera: sembrerà non aver più barriere, perché le avremo “transizionate” nel folle giardino di una tecnica antiumana.
(AI free)

16 dicembre 2023
fonte immagine: Edicola Smart, Pixabay
Questi gli articoli precedenti in cui affronto anche tali argomenti:
https://www.massimofranceschiniblog.it/2018/04/06/diritti-umani-e-gender-comprensione-non-mistificazione/ https://www.massimofranceschiniblog.it/2019/07/27/persona-oggetto-un-mini-saggio-sui-mali-dellera-moderna/
https://www.massimofranceschiniblog.it/2021/05/28/no-allideologia-gender/
https://www.massimofranceschiniblog.it/2023/04/02/psico-scienze-e-arcobaleno-gender-come-piattaforme-alla-distopia-di-controllo/

Autore: massimo

Nato a Foligno nel 1959, ma residente a Genova dal 2015, di istruzione superiore, poi autodidatta, scrivo su alcuni siti di discussione e informazione indipendenti, ho pubblicato tre saggi e una raccolta di racconti, aperto un blog e due canali di contenuti audio e video.

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