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LA NECESSARIA EVOLUZIONE DELLE PIAZZE, POLITICA E COMUNICATIVA

Alcune proposte per dare impulso e consapevolezza ad un movimento che sta correndo vari rischi

Pubblicato anche su Attivismo.info e Sfero

di Massimo Franceschini

Dopo i quattro articoli in cui ho approfondito questioni generali attinenti alla necessaria politica alternativa, ulteriori a quelle espresse qui, qui, qui e qui, esattamente riguardanti la “forma spettacolo“, la questione “coscienziale“, quella relativa alla “frammentazione” e alla “lotta fra bene e male“, intendo svolgere alcune brevi riflessioni che ritengo utili ai movimenti che si esprimono nelle piazze.

Come sapete, mi spendo da molto nel perorare la nascita di questo Partito Unitario di Liberazione Nazionale, che avrebbe un grosso compito di pressione culturale e politica, di informazione, aiuto, promozione e coordinamento delle migliaia di iniziative ed associazioni che stanno cercando di opporsi alla dittatura italiana.

Se ci fosse una formazione del genere, le manifestazioni popolari avrebbero una sponda politica, e magari serie indicazioni su come potrebbero essere condotte, evitando o non dando forza ad alcune delle problematiche sui cui rifletto nei quattro articoli sopra citati.

Entrando nello specifico delle manifestazioni, è assai delicata la questione della partecipazione alle stesse di esponenti, simpatizzanti o militanti di gruppi politici e sociali che ritengono di acquisire, in vari modi, una visibilità all’interno della manifestazione.

Non sto parlando necessariamente di formazioni violente note per una pesante contiguità con i servizi segreti, come ad esempio spiegato qui, ma di gruppi più o meno radicali, che in un modo o nell’altro si trovano a svolgere una funzione di disturbo tendente a riproporre parole d’ordine e contenuti, ormai storicamente superati dalla realtà del potere moderno che ha riscritto ogni schieramento e confuso varie tematiche.

La questione è delicata perché, anche quando organizzate da qualche comitato o associazione, trattasi di manifestazioni pur sempre libere, certo non eventi ad inviti.

E libere devono restare, ma in modo intelligente: gli organizzatori dovrebbero chiaramente rivolgersi a tutti, persone, associazioni e gruppi vari, anche con un volantino, mettendo subito in chiaro una questione circa la libertà che tanto si invoca nei confronti di un sistema e di un governo che stanno violando Costituzione e diritti umani: tale libertà, in una situazione collettiva, non può non abbinarsi ad una responsabilità di ciascuno verso l’altro.

Questa responsabilità, ha certamente a che fare con comportamenti ben precisi sia da evitare, ma anche da proporre.

Cosa parimenti importante rispetto alla responsabilità, a me pare quella della consapevolezza necessaria a “depotenziare” alcuni contenuti che persone singole o formazioni socio-politiche possono mettere sul piatto, anche con il solo intento di creare una turbativa fine a se stessa.

Questa potrebbe essere, a ben vedere, una fantastica occasione per far fare un grosso salto di qualità al movimento di protesta, che potrebbe così intraprendere un percorso unificante di consapevolezza che vada oltre la sola analisi critica, più o meno argomentata, sentita mille volte dai soliti che girano l’Italia come in un tour.

Quasi due anni di analisi e critiche si sono rivelate per niente costruttive da un punto di vista politico: nessun intellettuale o giornalista “alternativo” osa porre la questione del “che fare” a livello di politica, se non Mattei qui, avvicinandosi per certi versi a quanto dico da tempo.

La questione contenuti e comportamenti è quindi assai delicata, e potrebbe essere affrontata così: si fa un volantino che viene letto all’inizio delle manifestazioni e contemporaneamente si inizia a distribuirlo a tutti.
Nelle manifestazioni successive si continuerà la sua distribuzione dandolo a chi non lo avesse già letto.

Cosa scrivere nel volantino?
Intanto dovrebbe essere firmato dalle associazioni e comitati organizzatori ove esistenti che, rivolgendosi a tutti, potrebbero così favorire un nuovo “cammino contenutistico ed espressivo”.

Sto parlando di far comprendere un nuovo modo di affrontare determinate questioni, data la particolare fase politica, sollecitando una comprensione e condivisione da parte delle piazze anche su comportamenti consigliati, ad esempio durante i cortei.

Questi i punti che reputo essenziali:

1. La nostra lotta dovrebbe essere impostata al realismo: siamo una minoranza non trascurabile del Paese che non può permettersi di continuare solo a manifestare, ma deve promuovere l’unione delle piazze e delle associazioni collegate onde favorire la nascita di un soggetto politico unitario a livello nazionale; questo per non disperdere le energie messe in campo, iniziare un’azione di forte pressione sulle istituzioni, sulla politica, sui media e sulla società civile, una pressione di ordine politico, istituzionale, culturale e comunicativo.

2. Se noi lottiamo per il ripristino della Costituzione, dello Stato di diritto e dei diritti umani, non possiamo sostenere e condividere messaggi e gruppi che usano una retorica anti-stato e anti-istituzionale.
A supporto di questa impostazione c’è un’altra ragione: lo Stato di diritto sta per essere definitivamente trasformato in un ente solamente burocratico, che ha il solo compito di attuare i piani del reset globale, che in sostanza prevedono il controllo totale delle persone.
Attaccare lo Stato e la politica tout court si pone di fatto, lo si voglia o meno, allo stesso livello, addirittura al servizio dei poteri forti che da decenni attaccano le costituzioni liberali come troppo “socialiste”, predicano stati leggeri e diminuzione di democrazia e diritti.

3. Parimenti, non possiamo accettare impostazioni che tendono a favorire una retorica “lotta-classista”: da una parte perché la Costituzione non la prevede, infatti “popolo” e “lavoratori” sono tutti, indipendentemente dal ruolo svolto; dall’altra perché il potere moderno, oligarchico e corporativo globale, è talmente potente da posizionarsi oltre le “classi sociali” costringendo ognuno, dipendente, datore di lavoro e impresa, a sottostare a regole che non fanno né gli interessi dei dipendenti, né di chi crea lavoro, avvantaggiando solo le corporazioni globali nella conquista di tutto il lavoro possibile.

4. Altro punto importante riguarda la questione “antifascismo”, evocata da ambienti sinistrorsi che non “riescono”, per loro vocazione antagonista, ad “accontentarsi” della Costituzione e dei diritti umani, costringendo il movimento a guardare alla storia passata, come non si voglia capire che oggi il fascismo è quello dei punti 2 e 3 di cui sopra: parlare di antifascismo, nei termini in cui questi soggetti pongono la questione, non è altro che un tentativo di cavalcare il movimento alimentando una polemica sterile che riporta ad altre stagioni politiche, come se la realtà attuale non fosse abbastanza grave e complessa da dover essere affrontata per quel che è.

5. E siamo così all’altra questione spesso evocata, quella dell’antirazzismo: dobbiamo evidenziare che i diritti umani sono appunto diritti dell’uomo, e non prevedono un diritto all’immigrazione di massa, addirittura forzata da squilibri geopolitici causati dalle corporazioni globali, dall’imperialismo Occidentale, oltre che dalla Cina, e promossa con degli scopi ben precisi.
Dobbiamo dire chiaramente che ogni uomo e popolo dovrebbero avere innanzitutto il diritto di vivere bene e in pace nelle loro terre, e ciò è impedito politicamente, socialmente ed economicamente da forze globali ben precise.
Evocare questo contenuto in un momento in cui l’attacco è alla persona tout court, indiscriminato, distoglie l’attenzione dalla realtà e riporta anche qui ad un divide et impera ideologico del tutto fuori luogo: un altro favore al sistema.

6. Stesso discorso si può impostare per le questioni gender e climatica: totalmente false scientificamente ed eticamente, a meno che non vogliamo confondere il presunto riscaldamento globale con l’inquinamento, e la dignità di ogni persona con la pretesa che per salvaguardare questa occorra demolire e demonizzare l’identità naturale, spacciandola per imposizione culturale.
Una visione, a ben vedere, che annulla qualsiasi individualità e pensiero, per favorire l’uomo “liquido” e manipolabile, il soggetto ideale per la distopia nascente.

7. Qui il volantino deve essere invece molto stringente: si deve chiaramente invitare i partecipanti ad isolare, anche distanziandosi immediatamente, soggetti che possano tentare di creare uno scontro fisico o di danneggiamento di beni pubblici e privati, anche segnalandoli se possibile alle forze dell’ordine.

Per finire con i suggerimenti: il movimento deve far capire che siamo in dittatura!

E qui mi rifaccio all’articolo prima citato sulla “forma spettacolo”, a cui ci ha abituati il mainstream ed alla quale sembra non riusciamo a liberarci, anche in un momento così grave per la nostra democrazia: quasi che la prima esigenza debba comunque essere quella di intrattenerci piacevolmente.

La tendenza a trasformare a volte le manifestazioni in feste e kermesse, anche spettacolarizzate, dove parlano i soliti, a volte anche colti e preparati che però non aggiungono niente da un punto di vista propositivo, rischia di diventare una stancante routine che politicamente non porterà a niente, anche a livello comunicativo: infatti, la cosiddetta maggioranza silenziosa ci prende per pazzi, per gente sempre critica a cui non sta bene niente e non capirà mai che siamo in dittatura, dato che il potere “si permette” di farci manifestare, anche allegramente.

Per dare un segno visibile di cambiamento anche nei modi, estetico, propongo di fare cortei assolutamente silenziosi, dove i partecipanti guardano la gente ai lati e fissano le sedi significative che i cortei decideranno di far oggetto di visita.

Il silenzio e la presenza trasmettono più di grida, canti, balli e suoni, una frattura percettiva dalla realtà consueta che può aprire alla possibilità di un pensiero riflessivo, quando non ad una comprensione immediata da parte di chi osserva.

A questa strategia, si potrebbe abbinare il logo “stop qr code” che avevo proposto qui, da usare anche come fonte di finanziamento locale per gli organizzatori, stampato 10×10, plastificato o in cartone o materiale spesso e leggero.

Un volantino come quello qui proposto, il diverso comportamento ed il simbolo da portare h 24 e far diventare virale, potrebbero cambiare la faccia della protesta, le idee di molti e gli equilibri di un Paese addormentato che cerca di non vedere la realtà.

Dipende tutto dalla nostra VOLONTÀ POLITICA.

23 ottobre 2021
Fonte immagine: Flickr

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